AOSTA (gre) Erano da poco passate le 21 quando una serie di scosse telluriche devastò il Friuli in quel nefasto giovedì del 6 maggio del 1976. I numeri sono impressionanti: 990 vittime, 3.000 feriti, 100.000 sfollati, 18.000 case distrutte e 7.500 danneggiate da scosse di magnitudo 6,5 gradi Richter, - pari a 9/10 della scala Mercalli - con epicentro sul Monte San Simone. Durata del sisma 59 secondi, abitanti coinvolti 600.000 e Comuni danneggiati 77. Interi paesi come Osoppo, Gemona, Venzone, Bordano Trasaghis rasi al suolo. Uno scenario da guerra atomica dove praticamente ogni famiglia subì. Ma fu anche l’Italia intera a rispondere tanto che gli aiuti cominciarono ad arrivare da ogni regione italiana ed a questo slancio di solidarietà partecipò con numeri e mezzi anche la nostra regione.
Cinquant ’anni dopo, quali sono i ricordi dei valdostani che si recarono in quella terra martoriata?
Roberto Oggiani, 72 anni, di Châtillon, allora era un alpino 22enne che prestava servizio proprio nella caserma di Gemona. «Nel momento della prima scossa devastante mi trovavo in una cabina telefonica, - racconta Roberto Oggiani - quindi scappai e tornai di corsa in caserma. La mattina successiva cominciai con le operazioni di soccorso. Aiutavamo gli abitanti a recuperare oggetti personali dalle loro case pericolanti oltre al salvataggio di persone sepolte. Ricordi che rimangono tutta la vita. Anni dopo sono ritornato a Gemona ed era stata completamente ricostr uita».
Giorgio Gobbo di Villeneuve aveva 23 anni: «Lavoravo in Forestale a Villeneuve così chiesi 10 giorni di ferie, caricai la mia tenda canadese sulla moto e partii per il Friuli. Il mio compito fu quello di portare in giro con la moto gli addetti ai lavori per sopralluoghi in mezzo ai disastri. Oltre a questo costruii un campanile di legno piazzandoci una campana da suonare durante le funzioni domenicali. Ho un ricordo terribile di ciò che ho visto, un’esperienza che certamente lascia un segno indelebile ».
Giampiero Badino, 83 anni, era comandante dei Vigili del Fuoco da pochi mesi quando partì per il Friuli assieme ad una colonna valdostana: «Arrivammo un paio di giorni dopo la prima scossa e per 10 giorni facemmo servizio di recupero cadaveri. Era un cimitero a cielo aperto e quello, per me, che avevo 33 anni, era il primo terremoto che affrontavo. Devo dire che ho grande ammirazione per i friulani poiché ricordo che ci fu gente che aiutandoci in silenzio a scavare ci sussurrò “Andi amo avanti che magari troviamo mia moglie”. Un’esp erienza davvero devastante».
Mauro Torello, 71 anni, di Gressan, aveva 21 anni quando partì assieme ad altri colleghi Vigili del Fuoco il 24 maggio: «Zona operativa fu Majano e lì restammo 10 giorni. Il nostro compito fu mettere in sicurezza gli immobili pericolanti ed aiutare la gente a recuperare oggetti in case semidistrutte. Ricordo palazzi crollati, appoggiati su se stessi e tanta desolazione. Il nostro accampamento poi era attaccato ad una filanda rasa al suolo con molte donne ancora sepolte dalle macerie. Il pensiero era sconvolgente. I friulani sono una grande popolazione. In poco tempo hanno ricostruito tutti i loro paesi e questo è una cosa davvero ammirevole».
Italo Jordan, 70 anni, di Valpelline, riferisce: «Sono partito con altri colleghi Vigili del Fuoco per Gemona al secondo turno. I primi giorni né acqua né corrente ma quello che mi ha colpito è il carattere dei friulani, tutti per uno, uno per tutti, pronti e disponibili al l’aiuto e mai un lamento. Gente che aveva perso tutto, famiglia compresa però lì, pronti a ripartire. E così è successo» .
Livio Prato, decano del Gruppo Alpini Aosta, 96 anni, maresciallo maggiore istruttore alla Scuola Militare Alpina, partì per il Friuli anche per ragioni di cuore dato che la moglie, Francesca Tessitori, 92 anni, era originaria di Moggio Udinese. « Trovai una regione devastata e il mio compito fu amministrativo, ovvero ufficializzare i rimborsi della gente sui disastri subiti. - ricorda Livio Prato - Il tutto in un container in mezzo alle rovine poiché il Comune era andato distrutto. Mai dimenticato quei momenti, con quei boati nella notte e il terrore di nuove scosse oltre al dolore per i molti amici morti. Una cosa che ti porti dentro tutta una vita».
Roberto Guscelli