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L’Aldilà perduto

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Il mondo si è fermato. Cieli vuoti, strade deserte, città silenziose. Tutti a casa. Chi per paura, chi per dovere. Non voglio discutere se sia stata la scelta migliore, o forse l’unica possibile, in quella maledetta primavera. Se ne parlerà alla fine, quando ci arriverà il conto completo del lockdown e capiremo se ne ha uccisi di più il virus o la fame (in fondo è questo il vantaggio degli storici: possono parlare dopo, sapendo com’è finita, non devono decidere cosa fare mentre la partita è in corso).

E’ un’osservazione apparentemente ai margini quella che colpisce chi per mestiere è abituato a guardare indietro. E’ la prima volta. Il mondo non si era mai fermato. Nemmeno di fronte a epidemie ben più devastanti: la peste nera del Trecento, il vaiolo portato in America dagli spagnoli nel 1519. Nemmeno in tempi più recenti, quando pure erano ben chiari i meccanismi del contagio. La “spagnola” colpì un terzo della popolazione mondiale, uccise almeno cinquanta milioni di persone, ma nessuno propose di fermare il mondo, nemmeno di fermare la guerra. Non se ne discusse neppure per l’asiatica del ’56 che pure fece due milioni di morti.

Evidentemente è cambiato qualcosa. Non nei virus, ma in noi. E’ cambiata la nostra idea della morte, la nostra capacità di accettarla. Cent’anni fa quanti si scandalizzarono per il massacro di Verdun: un milione di morti, tutti ragazzi, per un avamposto inutile, per “l’onore della Francia”? Nel 1945 quanti si scandalizzarono per il bombardamento di Dresda (tanto per non parlare sempre soltanto dei crimini dei vinti), una città invasa da profughi civili che fuggivano dalla guerra? Quanti si ribellarono ai generali che calcolavano in “materiale umano” i metri di terra conquistati? Morire per il Re, per la Patria, per Dio o per la Rivoluzione era un onore. Ma morire in generale era “naturale”. Si facevano otto o dieci figli e si sapeva che una metà sopravviveva. Gli altri “tornavano nelle braccia del Signore”.

E il punto è qui: gli altri non morivano, “salivano in cielo”, passavano “a miglior vita”. Da quando, circa 70.000 anni fa, l’homo sapiens incominciò a seppellire i morti e a raccontare storie, le credenze collettive nell’aldilà hanno costruito i fondamenti di tutte le società umane. L’Ade dei greci, il banchetto di Odino, la trasmigrazione tibetana delle anime, i fantasmi caraibici della foresta, il paradiso e l’inferno delle grandi religioni monoteiste hanno creato gli immaginari collettivi su cui si sono costruite le civiltà. Qualche filosofo aveva seminato dubbi, ma era stato messo a tacere.

Da un po’ di anni, soprattutto nell’Occidente ricco, sono sempre di più coloro che pensano che dopo potrebbe anche non esserci nulla. Cioè, tutti “sperano” che ci sia qualcosa, ma sempre più il dubbio prevale.

La mia generazione ha attraversato in pieno questa mutazione antropologica. Nella mia infanzia, ai tempi di Peppone e Don Camillo, Paradiso ed Inferno esistevano davvero, come gli angeli e i diavoli, c’era il Giudizio Universale e avevamo il senso del peccato. Poi è arrivato il Sessantotto, la rivoluzione sessuale, Freud, il consumismo, l’edonismo reganiano, le TV di Berlusconi … Provate oggi a spiegare la Divina Commedia a un adolescente iperconnesso. Provate a spiegare loro il sesto comandamento! Proponete loro di rinunciare a qualche piacere terreno per andare, un giorno, in Paradiso.

I dati sulla caduta delle convinzioni e della pratiche religiose sono spietati (per l’Italia si veda la bella inchiesta di Marco Marzano, Quel che resta dei cattolici, Feltrinelli 2012). Persino in Valle d’Aosta, dove “l’esprit valdôtain est éminemment religieux”, come assicurava Lin Colliard sulla scia di autorevoli testimonianze, avanza un “bricolage religioso fai da te” che ha poco a che vedere con le antiche credenze consolidate (vedi le ricerche di Maria Giovanna Onorati, Le Château 2007, e di Giuseppe Giordan, Guerini e Associati 2010). Rimane ancora in piedi una “macchina dei sacramenti”, alimentata più dal timore dell’esclusione sociale che dalla convinzione religiosa, ma già i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi. Se pochi affermano che non c’è nulla dopo la morte, ancora di meno sono quelli “sicuri” che ci sia un’altra vita.

Per questo ci giochiamo tutto qui ed ora. Per questo gli americani, negli anni Sessanta, non hanno più accettato 50.000 morti in Vietnam quando ne avevano accettati molti di più per delle isolette del Pacifico o per lo sbarco in Normandia. Per questo i francesi non hanno più voluto morire per l’Indocina o per l’Algeria, quando solo 30 anni prima avevano preferito mezzo milione di morti piuttosto che abbandonare Verdun. Per questo i paesi bombardati ci fanno oggi vedere i “danni collaterali” sapendo che la nostra coscienza si ribella a vedere corpi lacerati di donne e di bambini.

Per questo, per la prima volta, abbiamo fermato il mondo. La morte ci è diventata inaccettabile perché stiamo perdendo l’aldilà. Non so se sia una bella cosa. La serenità con cui mia mamma se n’è andata sicura di ritrovare suo padre e, un giorno – “lontano”, diceva – di attendermi lassù, noi non l’avremo. Il racconto di famiglia della mia piccola zia che riposa dal ‘29 nel cimitero di Sant’Orso, e ci protegge da lassù, non l’ho potuto trasmettere a mio figlio che mi guardava tra l’incredulo e lo sprezzante. Mi sono sempre chiesto come una civiltà avrebbe affrontato un grave pericolo senza il suo mito centrale. In questi mesi abbiamo incominciato a vederlo.