
OYACE (qdn) «Dobbiamo avviare una riflessione sul futuro dell’Hotel Otemma. - commenta la sindaca di Oyace Stefania Clos - L’obiettivo è dargli una nuova vita. Di certo, però, bisogna fare i conti con la realtà». La realtà è che anche l’ultimo avviso pubblico - con scadenza a lunedì scorso, 4 maggio - è andato deserto. L’intenzione del Comune era sollecitare investitori privati a farsi promotori di iniziative per la riqualificazione del grande edificio di Closé. Nessuno si è fatto avanti, nessuno ha espresso interesse.
Dopo i tentativi andati a vuoto tra il 2021 e il 2022, si tratta di un’altra fumata nera per dare un futuro a quello che fu un albergo con 40 camere chiuso definitivamente nel 1992. Dal 2005 è di proprietà del Comune, che l’ha acquisito tramite l’accensione di un mutuo che sta ancora pagando. L’idea era trasformare - attraverso un project financing, ovvero un partenariato tra pubblico e privato - quello che attualmente è un polveroso monumento del passato in una struttura di accoglienza turistica moderna, oppure in alloggi per nuovi residenti. Anni fa si era proposto pure un investitore coreano per farne una residenza per artisti: quando è stato il momento di fare sul serio, però, è sparito.
Secondo le stime, per ristrutturare l’edificio ripristinandolo alla precedente funzione alberghiera servirebbe una cifra intorno ai 3 milioni di euro. Una somma che non si può raggiungere senza il coinvolgimento di capitali - e di idee - di imprenditori privati. Che però non sembrano interessati.
«La struttura ha potenzialità, è in una posizione strategica. - prosegue Stefania Clos - Però una cosa sono le speranze, un’altra la realtà e con quest’ultima bisogna fare i conti. Ora ci prendiamo un momento di riflessione. Sicuramente nell’immediato non faremo un nuovo bando. Ci confronteremo come Consiglio comunale e decideremo come procedere. Vogliamo capire se ci sono i margini per cedere la struttura all’Amministrazione regionale, perché la utilizzi magari a scopi sociali. Oppure se venderla a privati. Avvieremo delle interlocuzioni per capire quale strada prendere».
Secondo lo studio dell’architetto Claudine Remacle, l’edificio - risalente al XVIII secolo e distribuito su 4 piani - è il frutto della sovrapposizione di più volumi di epoche diverse: la porzione più antica posta a nord-ovest, il cui impianto risulta essere anteriore al 1800, la porzione sud datata al 1900 e l’ampliamento del bar e del blocco servizi igienici realizzati fra il 1958 e 1959. Il costruttore Joseph Petey acquisì il fabbricato originario, in parte per eredità di famiglia e in parte per compravendita da dei cugini, e nel 1885 ne divenne unico proprietario.
Tra il 1904 e il 1906 l’edificio venne ampliato e sopraelevato assumendo il volume attuale, per diventare l’Hotel Petey, la cui inaugurazione risale al 1° luglio del 1906, in piena Belle Epoque, quando a soggiornare per lunghi periodi nelle stanze dell’albergo erano in particolare (ma naturalmente non solo) villeggianti provenienti dalla Liguria. L’albergo fu gestito dal costruttore, poi dalla figlia Julie Petey fino al 1918, quando venne acquistato dalla società anonima Ilva che si presume lo abbia utilizzato come alloggiamento dei dipendenti, occupati sul territorio alla ricerca di minerali. Nel 1923 l’edificio divenne di proprietà di Simon Ferretti che lo ribattezzò Albergo Miravalle, fino al 1956 data della sua morte e del passaggio di proprietà alla figlia Laurentine che lo gestì sino al 1980.
Dal 1980 al 1992, rimanendo sempre della famiglia Ferretti, fu utilizzata come casa per ferie o per ospitare dei gruppi. Dal 1992 la struttura è in disuso.
Nel complesso l’edificio non mostra particolari cedimenti o fessurazioni che ne possano peggiorare lo stato di conservazione: è tuttavia evidente che è stato oggetto di piccoli interventi nel tempo resi necessari dal suo utilizzo (variato più volte) e non è mai stato interessato da un vero e proprio lavoro di restauro. Il tetto è stato rifatto all’inizio degli anni Novanta e questo ha preservato la struttura dai danni causati dalle infiltrazioni.
Daniel Quey