Analista politico, l’aostana Isabella Sala
è l’autrice di questa rubrica
Le diverse segnalazioni di persone senza fissa dimora che bivaccano in zona terminal autobus, nei giardini della stazione, nel sottopasso della stessa stazione ferroviaria, sono preoccupanti. Lo sono per due grandi ragioni. Dobbiamo sempre tenere a mente che accanto al nostro senso di disagio, di insicurezza, di tensione e di paura, esiste anche il disagio, l’insicurezza, la tensione e la paura di chi è costretto a dormire in quella condizione. Serve quindi un doppio intervento, uno sacrosanto per dare più sicurezza ai cittadini che si dicono sempre più ansiosi e al contempo uno che provveda al recupero e all’aiuto di chi si trova in stato di necessità.
Come è cambiato il mondo attorno a noi, così il cambiamento sta arrivando anche nella nostra isola pacifica. Inutile fingere che ciò non sia avvenuto. Inutile legarsi alla nostalgia del passato in maniera cieca. La politica ha questo tra i propri compiti: una visione predittiva, che in base allo studio attento di ciò che la circonda, sappia prevedere e preparare il territorio al futuro.
Gli indici da studiare possono essere di tipo climatico, come anche sociale, economico o infrastrutturale; ognuno di essi deve e può fornire elementi utili su ciò che accade nelle regioni limitrofe alla nostra. Non è possibile che ogni volta, proprio noi in Valle d’Aosta che godiamo di un territorio piccolo, ancora protetto ed a misura d’uomo, ci si faccia cogliere impreparati da ciò che ai nostri confini accade già da molti anni.
Inutile e controproducente uscire, dopo le proteste dei residenti, con un comunicato conformante sui numeri della criminalità in Valle d’Aosta, sostenendo che “vada tutto bene”. Se la percezione delle persone è quella dell’insicurezza, se l’accoglienza di chi arriva è un muro di disagio, significa che non va tutto bene.
Ogni persona ha il diritto di sentirsi sicuro mentre cammina la notte nella propria città o di trovare accoglienza se arriva da lontano allo scopo di cercare lavoro. Questo è il dovere di chi è stato eletto su mandato popolare: studiare, programmare, ascoltare e poi ancora studiare, riprogrammare e riascoltare la popolazione. E così fino alla fine del mandato, con un’intenzione circolare, che non deve mai prescindere dalle opinioni del proprio cittadino.