Ventotene ha ospitato il 45esimo Seminario di Formazione Federalista Europea, tra i relatori Luciano Caveri presidente della Fondation Emile Chanoux

«L’Europa non può essere costruita cancellando le identità che la compongono. La sfida è l’opposto: tenere insieme differenze e responsabilità comuni»

Data pubblicazione 9 Settembre 2026
Luciano Caveri a Ventotene
Luciano Caveri a Ventotene
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AOSTA (mm4) Lunedì prossimo, con l’anniversario dei decreti firmati dal luogotenente del Regno d’Italia Umberto di Savoia di riconoscimento della prima autonomia della Valle d’Aosta del 7 settembre 1945, la nostra regione celebrerà la ricorrenza dell’autogoverno e del ripristino delle libertà precedenti alla dittatura fascista.

In questi giorni l’isola laziale di Ventotene ha ospitato il 45esimo Seminario di Formazione Federalista Europea, conclusosi ieri - venerdì 4 - con la partecipazione di trenta relatori, tra i quali Luciano Caveri, nella sua veste di presidente della Fondation Emile Chanoux di Aosta.

Lei è in queste ore a Ventotene per un incontro sul federalismo nel ricordo dei confinati dal fascismo e della celebre Dichiarazione. Cosa l’ha colpita di più di quel luogo?

«Ci sono luoghi che non si visitano soltanto. - risponde Luciano Caveri - Arrivando a Ventotene si ha la sensazione che la storia sia ancora presente, non come una fotografia ingiallita o una targa commemorativa, ma come qualcosa che continua a interrogarci. Sono arrivato sull’isola pensando naturalmente al Manifesto di Ventotene, ma mi sono trovato a riflettere soprattutto sulle circostanze nelle quali nacque».

Circostanze che vanno oltre il documento in sé?

«Esattamente. Il dato che forse più colpisce è che Ventotene non fu semplicemente il luogo nel quale alcuni uomini scrissero un testo destinato a diventare famoso. Era un’isola di confino nella quale il fascismo aveva concentrato persone appartenenti a correnti politiche molto diverse: comunisti, socialisti, anarchici, liberali, giellisti, repubblicani e antifascisti di diversa formazione. Uomini con storie, culture e idee spesso lontane fra loro».

Eppure da quella convivenza forzata nacque qualcosa di straordinario. Cosa si può dire?

«Sì, ed è proprio questo il paradosso. Quella convivenza finì per produrre ciò che il regime fascista certamente non aveva previsto: un confronto politico e intellettuale di straordinaria intensità. È dentro questo ambiente che maturò il rapporto fra Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, che morì nel maggio del 1944 dopo un’aggressione fascista, pochi giorni dopo l’assassinio di Emile Chanoux, e che prese forma, nel 1941, il Manifesto per un’Europa libera e unita.

Nel racconto di Ventotene, però, emerge un aspetto spesso trascurato: il ruolo delle donne.

«La memoria deve essere più generosa, sì. Ursula Hirschmann, innanzitutto, non fu semplicemente la compagna di Eugenio Colorni. Partecipò alle discussioni che portarono alla nascita del Manifesto e contribuì alla sua diffusione clandestina sul continente. Dopo la guerra continuò a essere una protagonista del movimento europeista. E poi Ada Rossi, moglie di Ernesto, parte di quella rete di relazioni e di coraggio attraverso la quale quelle idee poterono uscire dal confino e circolare in un’Europa nella quale anche una parola poteva costare la libertà».

Qual è, per lei, il primo insegnamento che arriva da questa storia?

«Che le grandi idee possono nascere dall’incontro fra persone che non sono uguali. Anzi, talvolta nascono proprio perché persone diverse sono costrette - o scelgono - di confrontarsi».

Lei nel suo intervento ha accostato questa vicenda a un altro episodio: l’incontro di Chivasso. Perché?

«Perché anche Chivasso fu appunto un incontro di grande importanza. Il 19 dicembre 1943, nel pieno della Resistenza, si ritrovarono esponenti valdostani e valdesi. Anche in quel caso non c’era un gruppo omogeneo che si riuniva semplicemente per confermare idee già condivise. C’erano due realtà alpine differenti per storia, cultura e tradizione: da una parte i valdostani, con la questione dell’autonomia, della lingua francese e della specificità di una comunità che aveva conosciuto una crescente pressione centralistica; dall’altra i valdesi, portatori di una storia secolare di libertà religiosa, di autonomia comunitaria e di resistenza a ogni forma di potere assoluto».

In cosa si somigliano davvero Ventotene e Chivasso, al di là della distanza geografica e politica?

«Non nascono da documenti identici, questo va detto con chiarezza. Ma entrambi nascono da un incontro fra persone diverse che, davanti alla tragedia del proprio tempo, decidono di guardare oltre il presente. A Ventotene il problema era come evitare che il nazionalismo e la contrapposizione fra Stati conducessero nuovamente l’Europa alla guerra. A Chivasso la riflessione riguardava soprattutto la necessità di costruire una Repubblica diversa da quella centralista e autoritaria del ventennio fascista. In entrambi i casi il punto di partenza era la stessa consapevolezza: non bastava liberarsi dal fascismo, bisognava costruire istituzioni nuove, nelle quali la libertà non fosse una concessione del potere ma una condizione permanente della vita democratica».

Lei ha dedicato buona parte della sua vita all’autonomia valdostana. Cosa rappresenta oggi Chivasso, guardandola da presidente della Fondation Émile Chanoux?

«Chivasso - ed è bene dirlo a poche ore dalla nostra Festa dell’Autonomia del 7 settembre - ci ricorda che l’autonomia valdostana, nella sua origine più nobile, non è stata una storia di isolamento. È stata una storia di incontro. Valdostani e valdesi seppero riconoscersi in una battaglia comune proprio partendo dalle proprie differenze. E questo è un elemento di straordinaria attualità: l’identità non deve necessariamente diventare una frontiera. Può essere, al contrario, il punto dal quale cominciare un dialogo con gli altri».

Vede un parallelo con l’Europa di oggi?

«Un parallelo diretto. Viviamo una stagione nella quale tornano a crescere nazionalismi, chiusure e nostalgie per una sovranità nazionale concepita come autosufficienza. Ma le grandi questioni del nostro tempo non si fermano ai confini: sicurezza, difesa, energia, tecnologia, cambiamenti climatici, migrazioni, competizione geopolitica. Nessun Paese europeo può affrontarle efficacemente da solo. E tuttavia l’Europa non può essere costruita cancellando le identità che la compongono. La sfida è esattamente l’opposto: tenere insieme differenze e responsabilità comuni».

Se dovesse riassumere in una battuta la lezione che si porta via da questo viaggio ideale fra Ventotene e Chivasso, quale sarebbe?

«Non abbiamo bisogno di essere uguali per costruire qualcosa insieme. Abbiamo bisogno di riconoscere ciò che ci unisce, senza rinunciare a ciò che siamo. Le grandi idee non nascono necessariamente dall’uniformità: nascono spesso dalla capacità di persone diverse di riconoscere ciò che possono costruire insieme. Ventotene e Chivasso sono, in fondo, due punti di una stessa mappa ideale da mostrare ai giovani perché indicano una strada».