
AOSTA (qdn) «Per la medicina di famiglia è in arrivo uno tsunami». È l’allarme lanciato in una lettera alla nostra redazione da Alberto Ganassi, medico di famiglia per 40 anni nella Valdigne e in pensione dal 2016.
«È in cantiere una rivoluzione totale della figura del medico di medicina generale che è fondata su principi macroscopicamente errati. - scrive Alberto Ganassi - Si parla di concentrare medici in Case di Comunità, si progettano bellissimi ospedali di prossimità, si rimodula il tipo di rapporto contrattuale passando da libera professione parasubordinata a ruolo unico con disponibilità oraria gestita dall’Asl nella convinzione di ottimizzare la medicina territoriale. Si accusano i medici di coltivare solo gli enormi privilegi corporativi a fronte di impegni professionali irrisori. Sono talmente privilegiati che nessuno più vuol fare il medico di medicina generale e chi è ancora attivo conta le ore per andare in pensione sperando di arrivarci conservando un minimo di equilibrio mentale».
«Nel nostro mestiere prima si fa diagnosi, poi terapia. - prosegue Alberto Ganassi - A livello politico/esecutivo invece si trovano le soluzioni senza una seria analisi dei bisogni e delle cause della crisi paurosa della medicina territoriale. E premetto che la medicina territoriale (e ancora prima la condotta medica, istituzionalizzata nel 1861!) è stata istituita per capillarizzare e garantire la presenza di assistenza medica di prossimità in un Paese fatto di decine di migliaia di comuni e villaggi. Alcuni dei problemi attuali: mancano medici di medicina generale (eravamo 42.000 e ora 37.000); difficoltà nel contatto e comunicazione col proprio medico; poche risorse; Pronto Soccorso oberati di banalità; folle delirio di incombenze burocratiche; aumento della popolazione fragile e con patologie invalidanti (e quindi non così in grado di recarsi nei mega-store della salute; pardon, Case di Comunità); carenza sempre maggiore di medici di continuità assistenziale; non si fanno più visite a domicilio».
«La peculiarità della medicina di famiglia è nella personalizzazione dell’assistenza, nella continuità che consente intuizioni diagnostiche, socio-sanitarie, assistenziali, di personalizzazione della comunicazione non così necessarie in altri ambiti della medicina. - ricorda Alberto Ganassi - Se vogliamo rendere inumana, asettica la medicina di famiglia siamo sulla strada buona. Si perderà, nel turnover dei professionisti nelle Case di Comunità, il rapporto fiduciario, relazionale, anamnestico fra medico e paziente. Sì, certo, ci sarà la banca dati nei computer cui accedono a rotazione tutti i medici delle Case... ma il rapporto fiduciario non è fatto solo di dati, protocolli, statistiche. In un territorio sparso come la Valle d’Aosta (e migliaia di piccole realtà sparse in Italia) centralizzare l'assistenza è violare il concetto di medicina di prossimità. Ai problemi di cui sopra si è risposto aumentando il numero di assistiti che un medico può prendere in carico (sono già al collasso psico-fisico con i numeri attuali), costringendolo in futuro a un certo momento a fuggire dall’ambulatorio per andare nelle famose Case ad assistere pazienti per lo più ignoti. E i pazienti rimasti senza assistenza nell’ambulatorio periferico del medico in missione nelle Case cosa fanno? Liste di attesa? Migrazioni alle Case sperando di acchiappare un medico? Siamo alla desertificazione della medicina di prossimità. E dopo le ore 20? Bastano rudimenti di matematica per capire che se ogni Casa dovrà fornire assistenza a bacini di 30/50.000 abitanti con medici che come futuri dipendenti lavoreranno 38 ore alla settimana, occorrerebbero 3 volte i medici attualmente in organico e si sguarnirebbe la periferia del territorio».
«Con il carico orario attuale i medici di medicina generale esploderebbero di gioia nel passare alla dipendenza: - riflette Alberto Ganassi - ferie garantite e pagate, malattia senza l’incubo di cercare e pagarsi un sostituto, assicurazione per i rischi professionali a carico del Servizio sanitario nazionale, gravidanze tutelate, auto aziendale, utenze e materiale d’uso a carico dell’Asl e non del singolo come ora... con carico economico del Governo quindi insostenibile. È irrealizzabile coi pochi, pochissimi a breve, medici operativi. Inoltre l’agognato passaggio alla dipendenza richiede, per legge, il possesso di una specializzazione di 4 anni, che per ora nessuno dei medici possiede. Seguono un corso di formazione triennale a gestione regionale non valido per l’assunzione come dipendenti. Invece di queste faraoniche e fallimentari strutture immobiliari alimentate dal Pnrr perché non fare un ritorno dal futuro e semplicemente mettere il medico in condizione di fare il medico e non solo di occupare delle caselle di un puzzle di pseudo-assistenza o fare il front office? Per far ciò occorre restituire il tempo per visitare e assistere, fornendo ai medici di medicina generale del personale di studio (pagato dal Sistema sanitario nazionale) per interfacciarsi con i pazienti, via telefono, mail, Whatsapp, app mediche e altre diavolerie di comunicazione; valutare con una sorta di triage le precedenze di accesso, le eventuali urgenze (non le emergenze ovviamente), redazione di burocrazia, controllo scadenze di farmaci, materiale sanitario. Il medico potrà fare il medico come si deve, il Pronto Soccorso sarà scaricato dalle banalità e il paziente sarà curato e soddisfatto. E ridurre una buona volta il devastante carico burocratico, sempre promesso e sempre e solo aumentato».
«Le Aft - Aggregazioni Funzionali Territoriali - hanno rivelato già da tempo i limiti intrinseci. - conclude Alberto Ganassi - Vanno bene per una ricetta urgente, per dar modo ai medici di assentarsi facendosi sostituire dai colleghi, ma non per una presa in carico in continuità e personalizzata. E non mi si venga a dire che i tempi cambiano. Può essere, ma le necessità della relazione terapeutica sono sempre le stesse. Ok per Eco ed Ecg in ambulatorio, ma quando mi si comincia a parlare di telemedicina indirizzata a pazienti periferici, cronici, anziani (senza parenti disponibili H24!) con deficit cognitivi e non così abili col mondo informatico, vedo un elegante fallimento per isolare e non prendere in carico i pazienti, fatto salvo il telemonitoraggio cardiologico. Andrebbe migliorata la comunicazione e collaborazione con gli ospedalieri e specialisti senza preconcetti e pregiudizi. Lavoriamo tutti contro uno stesso nemico! In una professione che ha valenze umane, umanistiche ed etiche, conviene fare un passo indietro e, appunto, mettere a fuoco cosa vogliamo offrire ai pazienti e non fare strategie a tavolino. Se fossi nei pazienti sarei molto preoccupato della rivoluzione in atto».