DOMENICA 16 MAGGIO 1976 UN GOL DI PULICI E LA SCONFITTA DELLA JUVENTUS CONSEGNAVANO IL CAMPIONATO AI GRANATA

«Gioia e lacrime, finalmente si onorava la memoria del Grande Torino». Cinquant ’anni fa l’ultimo scudetto del Toro, i ricordi dei valdostani

Data pubblicazione 20 Maggio 2026
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Il 16 maggio 1976 il Torino appuntava sulle maglie e sulle bandiere il settimo scudetto, e al termine della partita Torino- Cesena iniziava la grande festa dei tifosi granata.

Una festa solenne e composta, per la mancata invasione di campo, che aveva colorato lo stadio con 70 mila bandiere, 1.500 quintali di coriandoli, tanto da trasformarlo “in un enorme cratere vermiglio”, come scrisse il giornalista Giovanni Arpino. E al triplice fischio dell’arbitro Paolo Casarin era sceso dal cielo lo scudetto - l’ultimo vinto dal Toro -, portato da 9 paracadutisti che lo avevano fatto cadere al centro del terreno di gioco. Del 16 maggio 1976 abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni tifosi granata valdostani.

AOSTA (den) Matteo Pastorello, di Aosta, ha 81 anni ed è tifoso del Torino dal lontano 1957, «quando ebbi “la sfortuna” di conoscere il compagno di scuola Ernesto Désandré, che oltre a me fece altri proseliti» racconta.

Da quel momento ha sempre seguito il Toro nella buona e nella cattiva sorte, «e sono stato anche segretario per alcuni anni del “Torino Club San Maurizio Canavese”. In quel periodo portavo a Torino mio figlio Adriano, che partecipava a un programma della società granata chiamato Primi Calci, per iniziare i bambini alla pratica del calcio e per scoprire eventuali talenti precoci. Gli allenamenti si svolgevano al Filadelfia sotto la supervisione del “mago” Sergio Vatta, responsabile del settore giovanile del Toro e che aveva vinto alcuni tornei di Viareggio e campionati Primavera. Ricordo che vedevamo spesso nel cortile davanti al vecchio stadio Roberto Cravero, Müller, Giacomo Ferri e compagni, salutati dai tifosi».

Per quanto riguarda la vittoria dello scudetto, conquistato nell’ultima giornata del campionato 1975-76, «la ricordo soprattutto per la tensione che mi aveva causato. Nel 1976 prestavo servizio nell’Aeronautica Militare nella città di Vittorio Veneto e seguivo il Torino in tv, alla radio, sui giornali. E quella “famosa” domenica ascoltavo la radiocronaca di Enrico Ameri di Torino-Cesena al bar con gli amici, che come al solito mi sfottevano: “Non vincerete il campionato, non ce la farete”. A fine partita ero incredulo, perché mi sembrava impossibile che dopo tante sfortune e vicissitudini il Torino, con quel meraviglioso gol di testa in tuffo di Paolino Pulici, avesse vinto il campionato. Salutai gli amici con l’elegante e amichevole gesto dell’ombrello e uscii dal bar. Poi, salito in auto, cominciai a viaggiare per le vie di Vittorio Veneto, bandiera granata al vento, suonando solo ogni tanto il clacson per non disturbare troppo la tranquillità dei cittadini. Ero l’unico a girare, ma ricordo che qualche persona mi applaudì, forse per il “coraggio” dimostrato. Più tardi mi ritrovai al bar, in pace con gli amici, per festeggiare lo scudetto con una buona bottiglia di prosecco di Valdobbiadene».

«Purtroppo, da allora le cose per i tifosi del Toro sono molto cambiate: qualche soddisfazione come la Coppa Italia del 1993, ma anche tante delusioni, soprattutto la finale di Coppa Uefa persa ad Amsterdam nel 1992, dopo aver colpito 3 pali a portiere battuto, e senza contare lo scudetto del 1977 perso a 50 punti contro i 51 della Juventus. Auguro a tutti i tifosi granata, compresi mio figlio Adriano e i miei due nipoti, un futuro migliore con Urbano Cairo o con un altro presidente, e che capiscano cos’è questa squadra e lo spirito che la anima, come ai tempi di capitan Giorgio Ferrini, Aldo Agroppi e Angelo Cereser» conclude Matteo Pastorello.

“Ricordi legati a mio papà Angelo”

Ezio Stocchero, anche lui di Aosta, ha 63 anni e nel 1976 ne aveva 13. «Ero quindi un ragazzino che, come molti altri a quei tempi, aveva nel pallone la grande e unica passione ed ero, e sono ancora, tifoso del Toro. - ricorda - All’inizio degli anni Settanta la squadra veniva in ritiro ad Aosta e mio papà Angelo mi portava al campo Tesolin, per avere la foto con dedica da parte dei calciatori, alcuni dei quali avrebbero scritto una pagina storica del Torino Calcio.

I miei ricordi dell’anno dello scudetto non possono che essere legati proprio a mio padre Angelo, che in quegli anni era il presidente del Torino Club Valle d’Aosta, e quindi spesso andavo con lui a vedere le partite. Mi rivedo mentre salgo le scale del Comunale, nel settore distinti, per riuscire a trovare il posto migliore, cosa non facile perché spesso si aveva davanti una barriera umana. Ricordo le domeniche di pioggia quando si comprava dal ragazzo che girava nello stadio l’impermeabile di nylon con cui proteggersi. I cori della curva Maratona e lo spettacolo offerto dalle bandiere e dagli striscioni, che creavano un effetto cromatico degno di menzione.

Ricordo poi le serate organizzate ad Aosta per vedere le immagini del Grande Torino e immaginavo l’approvazione di quello squadrone per i loro eredi, quelli degli anni Settanta protagonisti nel nostro campionato. Uno dei cori che mi è rimasto impresso al Comunale era “Dio perdona, il Toro no”, cantato ad ogni vittoria, e tanti erano gli sfottò con i tifosi juventini, tra cui ricordo soprattutto il buon Francesco “Cecchin” Strada, il pugile ristoratore di Aosta che ingaggiava epiche “battaglie” di battute e sfottò con mio papà, all’interno di un rapporto amichevole».

Del giorno dello scudetto, quel 16 maggio 1976, tornano alla memoria «le tensioni legate al risultato della nostra partita e a quello della Juventus a Perugia, e poi la grande festa fatta ad Aosta. Papà Angelo aveva legato sul tetto della macchina la sagoma di un toro che gli aveva dato un macellaio suo amico e con questo avevamo scorazzato per le vie di Aosta, in un tripudio di bandiere granata e di felicità sportiva.

Seppure gli anni Settanta fossero gli anni “di piombo” per le Brigate Rosse e le tensioni politico-sociali, per un ragazzino di 13 anni quale ero io, quel 16 maggio 1976 rappresenta uno dei ricordi più belli della mia vita, carico di gioia e di fratellanza granata, e quindi dico grazie ai calciatori protagonisti di quella stagione e di quella squadra, di cui conosco a memoria la formazione».

Quel brusio sugli spalti

Gianni Garin, 66 anni, originario di Chambave e ora aostano, qualche giorno prima, il 10 maggio 1976, aveva festeggiato i suoi 16 anni.

«Comunque la vera festa, per me ragazzo che tifava Toro, doveva ancora arrivare. Ricordo bene quel giorno, quella domenica di maggio e l’emozione che sin dal mattino cresceva, il fuoco e l’ansia non per la partita di calcio che avrei giocato con la mia squadra, il Nus, nel campionato regionale Allievi in un campo della bassa Valle, a Champdepraz, ma per quella che il mio Torino avrebbe disputato, nelle stesse ore della mia, contro il Cesena al Comunale, adesso Stadio Olimpico Grande Torino».

«Rammento che la mia mente, mentre mi preparavo a scendere in campo, correva con la fantasia a come poteva evolversi l’incontro del Toro. Ce la faremo a vincere? La Juve perderà a Perugia? Pulici farà il gol decisivo? Mentre pensavo iniziò la mia partita, ma la testa era sempre altrove, lo sguardo verso la gente sugli spalti che, stranamente, quel giorno era numerosa. Stavo con l’orecchio teso cercando di captare cosa potesse succedere nel frattempo a Torino dalle radioline collegate a “Tutto il calcio minuto per minuto”.

Il nostro incontro scorreva via senza che me ne accorgessi e alla fine del primo tempo, non ricordo il risultato, chiesi con voce tremante ad uno spettatore: “Cosa fa il Toro?” “E la Juve?” “Pareggiano entrambe”, mi rispose.

Ripresi a giocare e un brusio sempre più forte si sentì sulle tribunette: “Gol del Perugia, gol del Perugia!”. Il cuore batteva forte e poco dopo esplose: “Pulici ha segnato”, urlò un signore. Ero in estasi, finalmente rilassato, talmente rilassato da fare gol su un cross dalla mia sinistra con bella girata al volo. Volavo e non vedevo l’ora che la partita finisse.

Poi il gelo scese su di me, per una voce dagli spalti: “Il Cesena ha pareggiato”. La mia partita finì e non ebbi il coraggio di chiedere aggiornamenti, avevo paura di sapere, tuttavia pochi istanti dopo l’urlo: “Il Toro ha vinto lo scudetto”, che a me sembrò un boato dagli spalti, dove evidentemente erano tanti i tifosi granata: “Il Torino è campione d’Italia!”.

Non vedevo l’ora di rientrare a casa, a Chambave, per prendere il mio cinquantino, la mia bandiera granata e correre ad Aosta a festeggiare. Non andò così, purtroppo, perché la bandiera si infilò impunemente tra pignone, corona e catena del motorino e restò lì aggrovigliata bloccando il mezzo.

Festeggiai, comunque, ai bordi della statale 26 urlando ad ogni automobilista che passava tutta la mia gioia: “Forza Toro, siamo campioni d’Italia, Pupi sei sempre tu O Rey” e poi aspettando la Domenica Sportiva per godere, ahimè, per l’ultima volta lo scudetto del mio amato Toro, che adesso non c’è più» conclude Gianni Garin.

Alle 8 già allo stadio

Per Luisa Gallizio, 70 anni, di Saint-Christophe, il 16 maggio 1976 «è un giorno che non dimenticherò mai e, sono certa, rimarrà sempre nel cuore di tutti quelli che l’hanno vissuto con me».

Quella domenica iniziò prestissimo.

«Alle 8 eravamo già in molti davanti alla porta carraia della curva Maratona, il lavoro di preparazione della coreografia era tanto, prima che venissero aperti i cancelli ed entrassero 70mila spettatori, che quel giorno riempirono gli spalti del Comunale.

Per ore abbiamo ridotto a striscioline fogli di giornale e riviste, ma anche cartoncini bianchi, rossi e verdi, per creare sacchetti di coriandoli, abbiamo appeso decine di tamburi, preparato bandieroni e fumogeni, aiutato a creare la spettacolare coreografia del geniale pittore Serafino Geninetti.

Poi, quando la gente ha iniziato a prendere posto sulle gradinate, è stato bellissimo vedere quella marea di colore, perché tutti avevano addosso qualcosa: la maglia o una sciarpa, un cappellino o una bandiera: un solo colore, granata!

La partita l’ho vissuta in prima fila a battere sui tamburi ed ero come in trance, poi la rete bellissima di Pulici in tuffo e il panico per il pareggio del Cesena, su autorete di Roberto Mozzini.

All’annuncio delle radioline che la Juve stava perdendo a Perugia, abbiamo dato libero sfogo alla gioia e alle lacrime, perché dopo 27 anni si onorava la memoria del Grande Torino.

Ricordo che, nonostante il momento esaltante, siamo stati davvero bravi nel rispettare la consegna di non invadere il campo, così abbiamo permesso ai paracadutisti di far scendere dal cielo un grande scudetto e alla squadra di fare il giro di campo, raccogliendo l’applauso dei 70mila del Comunale.

Una volta uscita dallo stadio, con il mio gruppo, mi sono unita al corteo che ha riempito le vie del centro e festeggiato, facendo il bagno nella fontana di piazza Carlo Felice, cantando a squarciagola e ballando fino a notte fonda.

Non ho mai visto così tanta gente felice percorrere le vie del centro, tutti addobbati con coccarde tricolori e torelli granata, mentre centinaia di garofani venivano distribuiti ai passanti.

La festa è proseguita anche il giorno dopo, quando una marea umana è salita o ha tentato di salire, poiché non tutte le persone sono riuscite ad arrivare davanti alla lapide a Superga per onorare gli Invincibili.

Ho camminato fianco a fianco con tante amiche e amici, e mai la fatica di una salita è stata così lieve e piena di allegria e felicità».

Tra preghiere e radioline

Infine Ernesto Désandré, 80 anni, di Aosta.

Il pomeriggio del 16 maggio 1976 «mi trovavo con Santino, un siciliano tifoso del Palermo e della Juventus per giocatori come Carlo Mattrel, Franco Causio, Beppe Furino che avevano militato in entrambe le società, al santuario di Maria Ausiliatrice a Torino per un incontro di preghiera per giovani di Azione Cattolica, GAM, Comunione e Liberazione, Movimento dei Focolari con il cardinale Michele Pellegrino, che nel 1972 aveva pubblicato la lettera pastorale “Camminare insieme”, e con il priore della comunità cristiana, monastica, ecumenica di Taizé, frère Roger Schutz.

Pregavo, cantavo, meditavo sulle parole dei 2 religiosi, ma la mente andava sovente allo stadio Comunale, dove si giocava Torino-Cesena, ultima e decisiva partita di campionato.

Infatti, alle 18 non resistetti alla tentazione di conoscere il risultato e uscii da una porta laterale che dà sul cortile di Valdocco, dove in mezzo a un gruppo di persone si sentiva una radiolina, che con la voce di Enrico Ameri, Sandro Ciotti e altri radiocronisti commentava i risultati delle partite.

Mi avvicinai con timore e non chiesi chi avesse vinto lo scudetto, temendo di sentirmi rispondere “la Juventus”, ma cosa invece avesse fatto il Torino; mi fu risposto “ha pareggiato 1-1”, “grazie” risposi, con un filo di voce, e tirai un mezzo sospiro di sollievo, pensando che sarebbe stato almeno spareggio.

Preso animo osai: “E la Juventus?”, “Ha perso 1-0”, e allora frenando a stento la gioia rientrai nel santuario.

Santino, dopo avergli detto che il Torino era campione d’Italia, sportivamente si compiacque.

Mi misi in ginocchio a pregare, poi mi sorse il dubbio di aver capito male e, uscito di nuovo di chiesa, mi diressi verso il gruppo, che nel frattempo si era assottigliato, e mentre ero sul punto di richiedere all’uomo con la radio, quello capì il mio stato confusionale e in dialetto piemontese prevenne la domanda dicendo: “Signore, stia tranquillo, sono anch’io del Toro, abbiamo vinto”.

Tornato nel santuario, mi inginocchiai e, alzati gli occhi verso il maestoso altare tardo barocco, ringraziai il Signore, Maria Ausiliatrice, don Bosco, gli angioletti alati svolazzanti, e poco dopo udii lo strombazzare dei clacson di un corteo di auto in corso Regina Margherita.

Sì, il Torino di Gigi Radice e di Paolino Pulici, a 27 anni dalla tragedia di Superga, era campione d’Italia per la settima volta.

A sera, dopo aver visto i festeggiamenti di migliaia di tifosi in via Roma, tornai in treno con Santino ad Aosta, felice come poche altre volte nella mia vita».

  • I nostri testimoni di quella memorabile giornata Matteo Pastorello,
    I nostri testimoni di quella memorabile giornata Matteo Pastorello,
  • Ezio Stocchero,
    Ezio Stocchero,
  • Luisa Gallizio
    Luisa Gallizio
  • ed Ernesto Desandré
    ed Ernesto Desandré
  • Gianni Garin
    Gianni Garin