Alta Valle

IL COMMENTO DI MAURO NICOLOTTI CANIGGIA STORICO ESPERTO DELLE VICENDE LOCALI

«Il recupero di Casa Mutta offrirebbe l’opportunità di restituire dignità a un pezzo di storia valdostana»

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Nei giorni scorsi, probabilmente a causa dell’indebolimento della scarpata erosa dall’acqua, è crollato lo spigolo dell’antica Casa Mutta, imponente fabbricato ridotto allo stato di rudere ben visibile dalla strada regionale per Cogne e simbolo della storia industriale della Valle d’Aosta. Situata a pochi metri dall’attuale presa che incanala l’acqua sino alla centrale di Chavonne a Villeneuve, la fucina costruita da Carlo Mutta risale alla metà del Seicento e conserva ancora il magnifico camino nonché le caratteristiche finestre riquadrate di piccole dimensioni. Il recente crollo del muro nord-ovest rischia però di compromettere seriamente la conservazione di questa testimonianza del nostro passato, visto che la facciata occidentale della casa secentesca è destinata a crollare anch’essa, non più legata come è al resto del fabbricato.

Abbiamo chiesto a Mauro Caniggia Nicolotti, storico di Cogne, di raccontarci la vicenda della seicentesca Casa Mutta, situata ai 1.300 metri a La Nouva tra Vieyes di Aymavilles ed Épinel di Cogne.

COGNE (fci) Cosa rimane attualmente della Casa Mutta? «Oggi, della Casa Mutta sopravvive solo il perimetro murario, mutilato di recente dal crollo di una porzione del lato nord-ovest. – risponde Mauro Nicolotti Caniggia – Questo cedimento è avvenuto forse qualche tempo dopo l’alluvione tra il 29 e il 30 giugno 2024. La struttura è strettamente legata alla figura dell’imprenditore bergamasco Carlo Mutta, originario della Val Brembana. Nel 1659, il Comune di Cogne gli concesse il diritto di fondere il minerale estratto dalle miniere di magnetite di Liconi. Tuttavia, i rapporti con la comunità locale si rivelarono tesi: molti osteggiavano l’ingerenza di imprenditori non del luogo. Questa ostilità lo costrinse ad abbandonare le attività nelle fucine di Cogne e a cercare una soluzione alternativa. Con il permesso del barone de Challant, Mutta costruì così una nuova fucina a La Nouva di Aymavilles, nei pressi del confine con Cogne, dove l’attività risultava già operativa nel 1667».

Casa Mutta fu quindi il cuore di un’importante attività siderurgica. «Sì, questa divenne il centro delle operazioni metallurgiche della famiglia Mutta fino alla morte di Carlo, avvenuta il 7 ottobre 1705, proprio in questa struttura. I suoi figli, Aurelio e Bernardo, ereditarono l’attività e riuscirono a ristabilire rapporti più distesi con la comunità di Cogne. Nel 1731, la fucina passò di mano: il nipote di Carlo la cedette ai Vaglia di Ivrea, e da quel momento diversi imprenditori se ne occuparono. Alcuni arrivarono a impiegare più di cento operai. Tuttavia, ben presto la fucina iniziò un lento declino. Nel 1806, si registravano già segni di deterioramento dei macchinari, anche se l’impianto risultava ancora operativo nel 1828. Alla lunga, la riduzione delle risorse boschive e le difficoltà logistiche portarono allo spostamento delle officine più a valle, nei pressi del ponte di Chevril, dove la lavorazione del minerale poteva avvenire con maggiore efficienza».

Oggi, quale futuro si può immaginare per la Casa Mutta? «Il recente crollo del muro nord-ovest ha riportato l’attenzione sulla fragilità di questo sito e sulla necessità di un intervento mirato per preservarlo. Il recupero della Maison Mutta non significherebbe solo restaurare e consolidare i resti esistenti, ma offrirebbe anche l’opportunità di restituire dignità a un pezzo di storia valdostana. Inoltre, potrebbe nascere un progetto di valorizzazione dell’area, che oggi ospita anche un’importante opera di presa d’acqua. Forse, ripensando La Nouva, potremmo immaginare un percorso storico che dia voce a quei muri che ancora resistono, permettendo loro di raccontare il passato a chi oggi attraversa la valle, incuriosito da quelle antiche rovine. Un passato che attende solo di essere riscoperto e che potrebbe collegarsi alla rete di valorizzazione del patrimonio archeologico industriale che, a Cogne, – conclude Mauro Nicolotti Caniggia – da diversi anni è già in atto».