
RHÊMES-NOTRE-DAME ( mye ) Una settimana in montagna, in rifugio a 2.142 metri di altitudine, è la scelta di chi va al Rifugio delle Marmotte, aperto da 10 anni grazie ai volontari dell’associazione Operazione Mato Grosso, che hanno recuperato la struttura nelle estati 2013 e 2014 e gestiscono questo e molti altri rifugi con lo scopo di raccogliere fondi da destinare alle missioni che si occupano dei poveri in America Latina.
Da domenica 12 a domenica 19 luglio è stato il turno di un gruppo di ragazzi provenienti da Piemonte, Lombardia e Lazio, con l’eccezione di un valdostano, Davide Bottini che in settimana è stato raggiunto anche da papà Gian Piero e dal fratellino Giacomo.
Davide Bottini, di Aosta, ha 16 anni e frequenta il liceo scientifico Bérard. «Mio padre ha alcuni amici che fanno parte dell’associazione e ogni tanto saliamo in rifugio - racconta - Poi ho deciso di entrare anche io nel gruppo e lavorare con loro». L’appuntamento è all’inizio di luglio, una settimana da domenica a domenica in cui si impara ad occuparsi un po’ di tutto, secondo quello che serve in rifugio. «I nostri compiti erano diversi - continua Davide Bottini - Facevamo le pulizie, come rifare le camere, pulire cucina e salone e se era giorno di spesa la portavamo su a spalle con dei bastoni e portavamo giù l'immondizia. Un altro compito consisteva nel preparare per il pranzo. Alcuni di noi facevano i camerieri, altri apparecchiavano. Poi dopo pranzo si puliva tutto e si facevano lavori extra come riverniciare tavoli, aggiustare un muretto, tagliare l'erba, appendere quadri. Poi si preparava per cena e si andava a dormire». Il ragazzo valdostano ha potuto anche sviluppare una sua dote. «Sapevo già cucinare, prima di andare in rifugio. - prosegue - Il mio compito, oltre alle cose che facevamo tutti, era di occuparmi di torte, caffè, amari. Ogni giorno dedicavo un paio d’ore, dalle 10 alle 12, proprio alla preparazione delle torte».
Per un adolescente è un’esperienza forte, che fa riflettere. «Mi hanno segnato molto la fatica che si fa a gestire il rifugio, - rimarca Davide Bottini - il “caos” che c'è quando c'è molta gente e la fatica di portare su tutto a spalle. Si arrivava a volte anche a 20 o 30 chili per viaggio, ma c'è gente che ne ha portati anche 50. E poi la quantità di cibo da produrre e anche il fatto che lassù il cellulare non prende e ti deconnetti ma non te ne accorgi, perché è tutto molto veloce e non ci pensi neanche. Nei momenti di pausa al massimo ti fai una partita a carte o due chiacchiere, non pensi a stare connesso come accadrebbe giù a valle».
Elena Meynet