Parrocchie

SACERDOTE DI ORIGINE ARGENTINA, 49 ANNI, SPESSO IN SERVIZIO IN VALLE D’AOSTA

Al Tor 30 anche padre Federico Claure. Prete maratoneta che porta la fede in quota

4 minuti di lettura

AOSTA (mes) La montagna come metafora della vita, la corsa come cammino interiore. Perché la spiritualità, la condivisione e la ricerca della pace possono trovare una strada anche lungo un sentiero di alta quota, passo dopo passo, nel sacrificio e nella fatica di una corsa.

È stato questo il significato della scelta di padre Federico Claure, sacerdote e maratoneta, di partecipare sabato scorso al Tor 30, decidendo ancora una volta di vivere la propria fede e portare il suo messaggio attraverso lo sport e in particolare attraverso la corsa in montagna, in una sfida tutt’altro che semplice.

La montagna per padre Federico Claure è un luogo da attraversare con le gambe, ma anche con lo spirito.

Sacerdote di origine argentina, 49 anni, in Italia da un quarto di secolo, ha sempre mantenuto un rapporto particolare con la corsa e con i luoghi di montagna.

In Valle d’Aosta è molto conosciuto ed amato. Da diversi anni frequenta Cogne e da 2 trascorre l’estate a Les Combes di Introd affiancando don Daniele Borbey. Un legame quello con la Valle d’Aosta nato per caso ormai parecchio tempo fa: era un giovane che stava ultimando gli studi per diventare sacerdote e conobbe ad Assisi l’allora parroco di Cogne don Corrado Bagnod.

«Mi propose un luogo calmo e fresco per studiare – racconta don Federico Claure – e così arrivai a Cogne; mi innamorai subito della Valle d’Aosta e della sua gente».

Da quel momento la nostra regione è diventata una presenza ricorrente nella sua vita.

«I valdostani ti consegnano le chiavi del cuore. – confessa don Federico Claure – Persone inizialmente riservate, forse un po’ chiuse e burbere, ma capaci di grande accoglienza quando nasce un rapporto di fiducia».

Un atteggiamento che, secondo lui, presenta qualche somiglianza con quello degli umbri, che ha imparato a conoscere negli anni trascorsi ad Assisi.

Per padre Federico Claure, che ha preso i voti nel 2011 e appartiene alla diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, il Tor30-Passage au Malatrà, 30 chilometri di gara, con partenza da Saint-Rhémy-en-Bosses e arrivo a Courmayeur, è stato soprattutto un’esperienza interiore.

Una prova di trail running che, pur essendo la più breve tra le gare del circuito TorX, concentra in pochi chilometri una notevole difficoltà: il percorso presenta circa 2.300 metri di dislivello positivo e raggiunge il Col de Malatrà, a 2.925 metri di quota, che il sacerdote ha compiuto in 6 ore e 53 minuti (il tetto sono 8 ore) che hanno rappresentato comunque un’impresa.

«I campioni lo concludono in 2 ore e 30, ma per me è stata comunque una giornata speciale, durante la quale ho pregato, a contatto con un cielo terso, limpido, di un azzurro purissimo, la fatica non l’ho sentita», dice Federico Claure.

La corsa accompagna da tempo il percorso di padre Claure. Nel 2017, a 39 anni, ha partecipato alla Maratona di Gerusalemme, completando i 42 chilometri in 4 ore e 32 minuti. Quella gara aveva per lui un significato che andava oltre il risultato sportivo: l’idea era portare, idealmente partendo da Assisi, un messaggio di fraternità, pace e solidarietà fino a Gerusalemme.

Sulla maglietta aveva scelto una frase semplice: «I bless you life», «Ti benedico vita».

Padre Federico Claure da 4 anni è a Lugano come assistente dottorando e docente presso la Facoltà di Teologia di Lugano del rettore aostano Renato Roux dove tiene corsi di ricerca biblica e teologia fondamentale, integrando la sua vocazione di studioso con quella di promotore di eventi comunitari sul territorio.

Accanto al ministero sacerdotale, infatti padre Claure ha sviluppato una solida formazione accademica. Nel 2020 ha conseguito la Licenza in Scienze Bibliche e Archeologia presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, istituzione scientifica della Custodia francescana di Terra Santa specializzata nello studio della Sacra Scrittura e dell’archeologia dei Paesi biblici.

Comunque la montagna continua a rappresentare uno spazio importante, anche per la sua dimensione spirituale. È proprio parlando dello spirito di San Francesco che Federico Claure individua un legame particolare con la corsa.

«Se San Francesco fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato un corridore», dice pensando soprattutto allo spirito di sacrificio che la corsa richiede e che nella corsa in montagna diventa ancora più evidente.

Ad Assisi il sacerdote argentino ha contribuito a fondare la Life Running Assisi, associazione sportiva dilettantistica senza scopo di lucro che organizza ogni anno una maratona a sostegno di iniziative benefiche. La prossima edizione è prevista domenica 22 novembre.

Nel suo rapporto con la montagna torna anche una frase della celebre alpinista Nives Meroi: «Se ho uno stato di grazia in alta quota è perché sono un “grazie” che cammina». È una definizione che sembra incontrare bene la visione di Federico Claure: la corsa come fatica e disciplina, ma anche come occasione per guardare il paesaggio, fermarsi interiormente e dare un significato diverso al tempo trascorso sui sentieri.

Alessandra Merlo