Alpi e dintorni

CAROTAGGI SUL GRAND COMBIN

«I ghiacciai alpini di alta quota a un punto di non ritorno»

4 minuti di lettura

AOSTA (fci) Dalla seconda metà del XIX secolo, i ghiacciai alpini registrano un ritiro generalizzato e quasi continuo, perdendo in media il 60 per cento della loro massa. Al ritmo attuale, gli scienziati prevedono la scomparsa totale della maggior parte dei ghiacciai alpini al di sotto dei 3.600 metri entro il 2100. La fusione di un ghiacciaio comporta anche la perdita di preziose informazioni sul clima e sull’ambiente del passato, un passato che può risalire a secoli o addirittura a millenni, a seconda del ghiacciaio.

«La storia delle nostre Alpi, delle nostre montagne e della nostra gente è conservata nel ghiaccio, come se i suoi cristalli fossero le pagine di un antico manoscritto conservato in una biblioteca congelata. Quindi, come una biblioteca in fiamme, la scomparsa di un ghiacciaio rappresenta una perdita incalcolabile per il nostro patrimonio culturale e la nostra conoscenza» si legge in una nota firmata da Jean Pierre Fosson segretario generale di Fondazione Montagna sicura.

Il progetto internazionale Ice Memory (www.icememory.it), gestito e coordinato da una fondazione riconosciuta a livello internazionale con il patrocinio dell’Unesco, si propone di perforare i ghiacciai più significativi attualmente minacciati di scomparsa al fine di preservare le informazioni in essi contenute. In ogni sito si stanno scavando almeno 2 carote di ghiaccio, una viene studiata per comprendere il passato climatico, l’altra viene trasportata in Antartide per essere conservata e per poter essere studiata dalle generazioni future. Lo studio delle carote di ghiaccio offre informazioni sulle condizioni climatiche e ambientali esistenti al momento della caduta della neve, consentendo di studiare processi atmosferici e conseguenze.

Già nell’autunno del 2020, un team di ricercatori svizzeri e italiani aveva tentato di perforare la parte superiore del ghiacciaio di Corbassière, a un’altitudine di circa 4.100 metri. La perforazione ha dovuto essere interrotta a causa di difficoltà tecniche legate alle caratteristiche stratigrafiche del ghiacciaio e alla presenza di acqua all’interfaccia neve-ghiaccio. L’analisi delle carote prelevate dal Grand Combin ha comunque dimostrato che anche i ghiacciai alpini di alta quota hanno raggiunto un punto di non ritorno.

Nel maggio 2025 il team di ricerca dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha pianificato una nuova campagna di perforazione sulla sommità del Ghiacciaio Corbassière, con l’obiettivo principale di recuperare almeno 2 carotaggi profondi fino al substrato roccioso per verificare la conservazione dei segnali climatici e ambientali negli strati di ghiaccio profondi. Una di queste carote sarà messa a disposizione del programma Ice Memory.

Le attività scientifiche in quota si sono svolte da lunedì 19 a venerdì 30 maggio. È stato allestito un campo sul plateau sommitale del Ghiacciaio di Corbassière, al colle tra il Grand Combin de Valsorey e il Grand Combin de Grafeneire, ad un’altitudine di circa 4.100 metri, che ha consentito all’équipe di 6-7 ricercatori di rimanere in alta quota per tutta la durata dei carotaggi. La sicurezza delle operazioni e di tutto il personale è stata garantita dalla presenza sul campo di una guida alpina.

Le operazioni scientifiche, durate circa 10 giorni, hanno visto la partecipazione del geologo Pietro Di Sopra, tecnico glaciologo della Fondazione Montagna sicura. Inoltre è stato fornito supporto tecnico e logistico durante la pianificazione della campagna.

L’attività nei primi giorni di permanenza al campo si è concentrata sulla preparazione e sull’allestimento del campo; sono state installate le tende per la notte e le tende comuni; lunedì 19 maggio è stato installato il dome deputato a ospitare il carotatore, il giorno successivo è cominciata la perforazione vera e propria attraverso l’utilizzo del carotiere termico, che sfrutta il calore di una resistenza a forma circolare in rame per approfondirsi nel ghiaccio. Durante questa fase è stato rilevato il limite firn-ghiaccio (close-off) a circa 28 metri di profondità. A tale quota, è stata rinvenuta acqua all’interno del foro, che ha rallentato le operazioni di perforazione. Infatti si è potuto procedere solamente prelevando l’acqua dal foro e immettendo etanolo nel foro per impedire il congelamento della strumentazione. Per queste problematiche tale perforazione è stata interrotta alla profondità di circa 52 metri.

A partire da venerdì 23 è stato eseguito il secondo foro, a pochi metri dal precedente, cambiando la tecnica di perforazione. Il foro è stato realizzato tramite carotiere elettromeccanico, che consiste nell’utilizzare una testa rotante dotata di lame per approfondirsi nel ghiaccio. Il substrato roccioso è stato raggiunto nella tarda serata di lunedì 26 maggio, alla profondità di 99,5 metri. Nei giorni successivi è stato realizzato il terzo foro, spinto fino al substrato roccioso (98,9 metri).