Alpi e dintorni

Paolo Cognetti, la battaglia contro la depressione. «A Brusson, dove ho la baita, un bel po’ di gente si gira dall’altra parte quando passo»

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BRUSSON (fri) «Dopo l’ultimo libro, “Giù nella valle”, sono diventato il nemico: a Brusson, dove ho la baita, un bel po’ di gente si gira dall’altra parte quando passo. È uscito da poco il mio documentario “Fiore mio”, ambientato proprio in quelle valli: sta avendo successo, piace a tutti, ma da Brusson non mi arriva neanche mezzo segnale di grazie, niente, zero». Sono le parole di Paolo Cognetti raccolte in una lunga intervista da Daniela Monti e pubblicate da Il Corriere della Sera alcuni giorni fa, un’intervista ripresa da tanti altri giornali e riviste in Italia, che hanno rilanciato l’attenzione sullo stato di salute dello scrittore che ha reso famose Brusson e Graines con il romanzo «Le otto montagne» del 2016, Premio Strega nel 2017 e film nel 2022. Nominato Amis de la Vallée d’Aoste nel 2018, Paolo Cognetti ha voluto parlare della depressione «restavo nella mia baita a guardare il soffitto, qualcuno provava a trascinarmi fuori, ma non mi importava più di niente, non c’era più amore né per mia madre e mio padre che erano lì ad accudirmi, né per il mio cane Lucky: il mio cuore era inaridito», dei pensieri di suicidio «erano all’ordine del giorno: la corda ce l’ho, la trave ce l’ho, devo capire come salire sulla sedia», dell’alcolismo «ho vissuto da alcolista duro e puro, dal caffè corretto alle 8 di mattina all’ultimo whisky all’1 di notte, passavo tutto il giorno a bere, finché mi sono sbattuto fuori casa da solo», fino al tradimento della sua montagna, a Brusson, dove ha scelto di vivere.

Un’intervista che ripercorre un anno difficilissimo per lui, 46 anni, che si è aperto e chiuso con 2 ricoveri nel reparto di psichiatria del Fatebenefratelli di Milano, in trattamento sanitario obbligatorio a causa di «una grave depressione».

«Per qualche tempo – ha raccontato – ho smesso di bere, ma poi mi sono detto: se sto così male, anche se ricomincio non potrà andare peggio, giusto? Ho ripreso e mi sono sentito meglio, ho recuperato energia e allegria, ma per il mio psichiatra stavo solo entrando in una nuova fase maniacale. Nella sindrome bipolare c’è la fase depressiva e la fase maniacale: la fase depressiva fa schifo, nella fase maniacale hai mille idee al secondo, scriveresti 10 libri, e io ci sono ancora dentro.»

A Brusson «Invece di guardare il soffitto della baita uscivo nel bosco, ma poi mi sedevo contro un albero e non sentivo niente. Ci sono tornato in montagna qualche giorno prima del Tso di inizio dicembre perché volevo fare pace con la mia valle. C’era un po’ di neve, ho visto che le cose erano cambiate, sono stato fuori a guardare le stelle, la luna, avevo di nuovo dei sentimenti verso quel posto. Ma nella depressione non provavo più nulla, mi spiaceva persino per Lucky: questo cane vive con me da 12 anni, lo guardavo e non me ne importava niente, era incredibile, io gli voglio un bene infinito. In quel periodo ho vissuto l’annullamento dell’amore».

Paolo Cognetti ha ora dei nuovi progetti. «Vorrei fare il terzo capitolo della trilogia dei documentari, dopo “Sogni di Grande nord” e “Fiore mio” vorrei seguire in Nepal la vita e il lavoro di un amico sherpa. La prendo con calma, per ora faccio un sopralluogo. Però sarà bellissimo. E poi ho iniziato un nuovo libro che mi sembra una buona idea.»