Alta Valle

Una tesi sul patois all’Università del Maryland. L’innovativo lavoro di Luisa Seguin di Morgex

Ingrandisci la foto: Luisa Seguin, dopo varie esperienze in mezzo mondo, ha discusso la tesi di dottorato all’Università del Maryland negli Stati Uniti. L’argomento: come si formulano le domande nel patois di Morgex
Luisa Seguin, dopo varie esperienze in mezzo mondo, ha discusso la tesi di dottorato all’Università del Maryland negli Stati Uniti. L’argomento: come si formulano le domande nel patois di Morgex
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MORGEX (qdn) Come si formano le domande in patois?
Per la precisione, in quale posizione della frase si colloca il pronome interrogativo? Questo argomento è stato al centro di una tesi di dottorato discussa nella scorsa primavera all’Università del Maryland, negli Stati Uniti.

L’autrice è Luisa Seguin di Morgex, 33 anni, molti dei quali trascorsi lontano dalla Valle d’Aosta per studio e per lavoro. Ora, complici anche i tagli alla ricerca promulgati da Donald Trump, ha lasciato gli Usa ed è tornata in Valle d’Aosta, dove collabora al Centre d’Études Francoprovençales di Saint-Nicolas, oltre a essere “Research associate” della University of Toronto.

Esperienze in tutto il mondo
Dopo aver frequentato il Liceo Classico ad Aosta, Luisa Seguin è sempre stata in giro per il mondo: ha trascorso un anno in Russia già durante le scuole superiori, poi l’Erasmus in Islanda, la laurea magistrale nei Paesi Bassi, in seguito Africa e Cina (dove ha assistito in prima persona all’esplosione dell’emergenza Covid), per iniziare infine il dottorato negli Stati Uniti nel 2020.

«Oltre alla carriera accademica, ho anche lavorato nel marketing e nella creazione di contenuti, come editor e come insegnante, e ho fatto vari lavoretti mentre studiavo» racconta Luisa Seguin.

L’argomento della tesi
«La mia tesi – prosegue – si intitola Overt-covert movement, copy deletion, and chain realization in Valdôtain Patois e tratta della formazione delle domande e in particolare delle cosiddette domande aperte, tipo “Cosa hai mangiato ieri?”. Da questo punto di vista alcune varietà di patois sono particolarmente interessanti perché permettono di piazzare il pronome interrogativo (cosa, chi, dove) all’inizio della domanda, come in italiano, oppure più “tardi”.

Ecco un esempio: “Dequé t’atsite ì martsà?” e “T’atsite dequé ì martsà?”. Questa opzionalità non è una proprietà unica di alcune varietà di patois, ma si ritrova anche in altre lingue (romanze e non), come il portoghese brasiliano, il francese, il trevigiano ecc. Siccome io mi occupo di linguistica teorica, la mia tesi – e il mio lavoro più in generale – non si limitano a descrivere un fenomeno o una lingua, bensì utilizzo il patois per capire meglio alcune proprietà della facoltà di linguaggio umana.

Alcune delle domande che mi sono posta sono: queste due strutture (“Dequé t’atsite ì martsà?” e “T’atsite dequé ì martsà?”) sono davvero diverse o sono strutturalmente identiche e si differenziano solo nell’ordine delle parole? Quando le posso usare? Sono intercambiabili? La grammatica (ossia l’insieme di regole che possediamo in quanto parlanti nativi di questa lingua) come ci permette di costruire queste due domande? E questo cosa ci insegna sulla capacità di linguaggio umana?»

“Il patois si trova a metà strada tra l’inglese e il… mandarino”
«La mia conclusione – continua Luisa Seguin – è che “Dequé t’atsite ì martsà?” e “T’atsite dequé ì martsà?” sono strutturalmente identiche, il che sembra un’ovvietà ma in realtà è una scoperta piuttosto importante. La differenza sta solo nella posizione in cui pronunci il pronome interrogativo.

Questo significa che, da un punto di vista tipologico, il patois (di Morgex per lo meno) si trova a metà strada tra l’inglese e l’italiano (nella maggior parte dei casi), in cui il pronome interrogativo deve praticamente sempre apparire a inizio frase, e il mandarino dove invece il pronome interrogativo appare nella sua posizione di base, o in situ, cioè dove apparirebbe la risposta (ad esempio: “Hai mangiato cosa?” → “Hai mangiato il pane”).

Questa non è una novità assoluta, perché troviamo pattern simili anche in francese e altre lingue. Tuttavia, la differenza è che in francese c’è veramente libertà assoluta nel posizionare il pronome interrogativo, mentre in patois no. Mentre “Dequé t’atsite ì martsà?” va sempre bene come domanda, “T’atsite dequé ì martsà?” è pragmaticamente limitata a contesti in cui è chiaro che l’interlocutore ha comprato qualcosa al mercato, ossia contesti con un’alta presupposizione (di esistenza, in questo caso, di un elemento x che è stato comprato al mercato).

Quindi la mia tesi mette in mostra un’interessante relazione tra struttura, suono (dove pronunci il pronome interrogativo) e significato/pragmatica della domanda (quando la usi), che è un punto cruciale perché, nella tradizione generativista o chomskyana (in seguito al lavoro rivoluzionario di Noam Chomsky e seguaci), la nostra grammatica mentale è tradizionalmente concepita come contenente tre componenti appunto: struttura, suono e significato».

«Dalla tesi sono già state tratte 4 pubblicazioni e ne ho almeno altre 2 in divenire, e la tesi diventerà molto probabilmente una monografia» annuncia Luisa Seguin.

I tagli di Trump e l’addio agli Usa
A cosa è stata dovuta la decisione di lasciare gli Usa?
«Avevo comunque l’intenzione di tornare in Europa a un certo punto, anche se sarei rimasta negli Usa se avessi trovato un buon lavoro lì – risponde Luisa Seguin –. Poi tutto è cambiato così rapidamente e drasticamente che forse è meglio così! I grossi tagli alla ricerca hanno messo in ginocchio il mondo accademico, è una situazione disastrosa. Ma partire è stata dura, perché ho amato molto il mio periodo negli Usa.

Ora collaboro con il Centre d’études francoprovençales di Saint-Nicolas, con la direttrice Christiane Dunoyer su vari progetti, sempre sul patois. E al contempo con Naomi Nagy, professoressa all’università di Toronto, che lavora sulle lingue francoprovenzali parlate dalla diaspora in Puglia (Faeto e Celle San Vito) e in Canada, con cui abbiamo in ballo un progetto comparativo su vari aspetti della morfosintassi tra le varie lingue francoprovenzali e le lingue romanze ad esse geograficamente vicine.

Inoltre, Naomi Nagy ha iniziato il progetto FPGlobal, che è un “hub” per chi parla o vuole iniziare a parlare francoprovenzale; l’idea è di creare un corpus di francoprovenzale per ricercatori interessati a queste lingue.

A gennaio, invece, mi sposterò a Nizza, dove mi unirò al laboratorio Bases, Corpus, Langages e inizierò un periodo di ricerca post-dottorato di 2 anni, dove lavorerò sempre sulle domande nel continuum dialettale che va dal catalano al francoprovenzale. L’idea è di fare domanda per i posti da ricercatrice permanente del Cnrs – Centre national de la recherche scientifique e continuare a fare ricerca, magari passando a docente a un certo punto (posti permettendo)».

“Il sogno? Creare un dipartimento di linguistica all’UniVdA”
«Un altro progetto che ho in mente – conclude Luisa Seguin – è di creare una stazione di ricerca in Valle d’Aosta che permetta a studenti e ricercatori di venire qui a studiare le lingue minoritarie parlate sul territorio, francoprovenzali e walser. E poi mi piacerebbe un domani creare un dipartimento di linguistica qui in Valle all’UniVdA, con un programma internazionale, focus sulle lingue francoprovenzali e dottorandi!

Se può averlo l’università di Tromsø, che è sopra il circolo polare artico, perché non noi? Sarebbe una grandissima opportunità per la Valle d’Aosta! Ovviamente servono fondi cospicui, ma ci sono bandi europei per cui fare domanda, quindi sognare è lecito».

Daniel Quey