AOSTA (mpl) Altri tempi, altro calcio, altra Aosta, sia come città che come squadra. In tempi di critiche facili da scrivere e da diffondere, un particolare ringraziamento va rivolto all’Amministrazione comunale che ha accolto il suggerimento di tanti amanti aostani del calcio e dello sport in generale per ricordare, con l’intitolazione di un campo, Giorgio Dal Monte. La decisione, sancita a luglio 2024, verrà concretizzata domani, domenica 23, alle 10 quando al campo sportivo polivalente di Tsambarlet avrà luogo la cerimonia di scoprimento della targa in sua memoria, sancendo ufficialmente l’intitolazione al calciatore aostano. Una bella cosa, complimenti a chi – come Ernesto Desandré e Nunzio Santoro – ha avuto l’idea e a chi – come Alina Sapinet, assessore allo Sport – ha saputo coglierla e renderla una realtà.
Una realtà che poggia sul passato e in particolare sul trascorso sportivo di una città che si interseca direttamente con il tessuto sociale dell’Aosta tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in un ambiente appena uscito dalla guerra e dalla lotta di liberazione, nel quale il 14enne Giorgio Dal Monte – nato il 4 maggio del 1931 – prende a calci un pallone, nelle strade e nei cortili di allora, dopo avere concluso il lavoro da apprendista. Dal prato della fiera all’Arco di Augusto, luogo simbolo delle partite dei ragazzi del tempo, la Cogne lo ingaggia per il torneo aziendale. Grezzo ma forte, un torello, alto neppure un metro e settanta, quadrato, con un tocco di palla inesistente però se la becca in pieno arrivano dei missili imparabili. Per gli aostani del tempo Giorgio è “Checca”- parola che non aveva il significato ambiguo di oggi – e “Checca” è spesso ospite di nonna Lena e nonno Beba nella casa di Saraillon.
In quel tempo ad Aosta lo sport è il calcio, in tutte le sue sfaccetture, dai campetti del Quartiere Cogne, del prato della fiera, dei bordi della Dora, salendo a quelli tracciati che costellano la città fino allo stadio comunale, che ancora non si chiama “Mario Puchoz” e che ha la grande tribuna lungo l’attuale via Torino, a fianco al Macello civico. Di fronte uno spazio praticamente vuoto, con delle basse tribune di assi solo nella parte centrale, sorrette da impalcature, per i biglietti di minor costo.
Tutti giocano a calcio e le sfide in città tra le squadrette giovanili dei vari rioni e delle diverse opinioni politiche sono la passione del sabato e della domenica mattina. Poi nel pomeriggio si pensa all’Aosta, l’Unione Sportiva. Prima il raduno nei caffè delle vie Sant ’Anselmo e Porta Pretoria, oppure al Bar Sport dei Castiglion, poi in compagnia fino alle biglietterie, con la tradizionale tappa dell’“ombra” – intesa come rapido bicchiere di vino – tra il primo e il secondo tempo, per riprendere posto sulle scalinate. Finita la partita altra tappa al rientro e nuovi commenti che continuavano per giorni. Tutti capirono il talento di Giorgio Dal Monte, ma il ragazzo andava “sgrezzato” e così fu, perché allora con le marcature a uomo la velocità era fondamentale ma senza la capacità di dribblare (termine che aveva sostituito obbligatoriamente l’inglese dribbling, come anche football e corner) un attaccante non era completo. L’Aosta in C di Franco Barenghi riesce a plasmare il ragazzo e la tifoseria lo coccola, lo adotta, abituata a vedere in maglia rossonera tanti giocatori di fuori ha finalmente un talento di casa da ammirare. Giorgio Dal Monte cresce nell’affetto e lo ripaga, 82 reti in 134 presenze. La “sua” Aosta è in Promozione, seconda nel 1950 e prima nel 1951, promossa in serie C con lui per seconda volta consecutiva capocannoniere.
Arriva la richiesta del Legnano, neo promosso in A però l’Aosta decide di trattenerlo per il torneo di C dal quale, con la riforma dei campionati, viene estromessa al termine della stagione 1951/52 malgrado l’11esimo posto ed assegnata alla Quarta serie. Anche il Legnano retrocede in B e si fa avanti il Torino, che dopo il disastro di Superga si barcamena nella parte bassa della A. E’ mio nonno Beba, Annibale Maccari, a contattare i dirigenti del Genoa che conosce bene visto che è originario di Bolzaneto, dove – come in tutta la Val Polcevera – il calcio è vera religione. Giocatore e campione italiano di bocce con la Rivarolese frequenta assiduamente l’ambiente e soprattutto lo Stadio Luigi Ferraris, dopo quello di Villa Scassi della sua amata Sampierdarenese. I responsabili genoani gli danno fiducia e il nonno Beba accompagna in treno Giorgio sino a Genova, dove dopo il provino firma il contratto, con 7 milioni destinati all’Unione Sportiva Aosta. Il consiglio di nonno Annibale è quello di accettare una forte squadra di B piuttosto di finire in panchina in A. La notizia arriva ad Aosta rendendo felice la città, compresa la tifoseria rammaricata di perdere un suo idolo ma consapevole che – per la prima volta – un aostano potrà calcare un palcoscenico calcistico di alto piano. Ha scritto bene Nunzio Santoro, «la sua fu la partenza di tutti, un vanto, Aosta si sentiva orgogliosa e ben rappresentata negli stadi importanti di tutta Italia, una soddisfazione non solo sportiva».
A Genova l’umile Giorgio Dal Monte divenne “Roccia” e il suo fisico si potenziò ancora. Come ha scritto Ernesto Desandré «calciava la palla ad una velocità incredibile» e in quella prima stagione rossoblu con 29 presenze su 34 e 8 reti fu, insieme ad Attilio Frizzi, il miglior realizzatore della squadra, vincitrice della B davanti proprio al Legnano. Per lui iniziò una nuova storia – passando dal Genoa (dopo 9 e 8 gol nei primi 2 campionati di A) al grande Milan nell’estate del 1955 per 40 milioni e fare ritorno in rossoblu nel luglio 1956 per firmare con 2 fantastiche doppiette a Ferrara nell’1 a 2 e a Roma contro la Lazio nel 2 a 2 la salvezza del Genoa – ma non si dimenticò mai di Aosta, dove tornava spesso.
L’amicizia con il nonno Annibale non venne mai meno, anzi spesso a Giorgio venivano affidati pacchi e commissioni da portare da Aosta alla zia Maria, che abitava in piazza a Bolzaneto. Un giorno suonò al campanello e ad aprire andò il piccolo Mauro, il nipote di Maria, futuro neurologo, che lo riconobbe immediatamente e che conserva ancora quel ricordo felice nella sua memoria.
In un tempo in cui il grande calcio lo potevi solamente vedere allo stadio ed ascoltare alla radio, i bambini collezionavo le figurine e conoscevano a memoria i volti dei propri idoli. Fu così che a Bolzaneto il bambino emozionato Mauro riconobbe sulla porta di casa “Checca” Dal Monte, proprio un altro mondo rispetto al calcio di oggi.
Giorgio Dal Monte, al termine della sua ultima stagione al Rapallo in D nel 1962, continuò a fare la spola tra Genova ed Aosta. Morì all’Ospedale regionale sabato 15 agosto 1992 e, come ricorda Ernesto Desandré, in un’Aosta «svuotata dall’afa e dalle ferie, comparve il manifesto mortuario dell’ex campione di serie A, che aveva tirato i primi calci al pallone vicino all’Arco d’Augusto e in seguito entusiasmato i tifosi per le sue giocate possenti e spettacolari sul prato dello stadio aostano. “Roccia Dal Monte, nato per il gol”, così aveva scritto di lui il grande cronista sportivo e direttore de La Gazzetta dello Sport Emilio De Martino».
Paolo Maccari
