Cultura e spettacolo

Meraviglie archeologiche invisibili. Riscritta la storia di salassi e romani

Ingrandisci la foto: Una fase del convegno con da sinistra l’archeologo vallesano Romain Andenmatten dell’Office Cantonal d’Archéologie, la project officer, componente del Segretariato congiunto del Programma Interreg VI-A Italia Svizzera 2021-2027, Tiziana Piodi, l’istruttore tecnico della Soprintendenza per i Beni e le attività culturali Ambra Idone e il direttore dell’Office du Tourisme della Valle d’Aosta Davide Jaccod
Una fase del convegno con da sinistra l’archeologo vallesano Romain Andenmatten dell’Office Cantonal d’Archéologie, la project officer, componente del Segretariato congiunto del Programma Interreg VI-A Italia Svizzera 2021-2027, Tiziana Piodi, l’istruttore tecnico della Soprintendenza per i Beni e le attività culturali Ambra Idone e il direttore dell’Office du Tourisme della Valle d’Aosta Davide Jaccod
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AOSTA (mpl) «Difficilmente raggiungibili, difficilmente individuabili»: in questo modo l’archeologo della Soprintendenza valdostana ai Beni culturali Gabriele Sartorio ha efficacemente sintetizzato la peculiarità dei siti fortificati in alta quota che verranno studiati e valorizzati dal progetto “MAIA-Meraviglie Archeologiche Invisibili delle Alpi”, finanziato dal programma di cooperazione transfrontaliera Interreg tra Italia e Svizzera, con il coinvolgimento diretto della Regione Valle d’Aosta e del Cantone Vallese. La presentazione ha avuto luogo martedì scorso, 1° aprile, al MegaMuseo di Aosta, davanti a un pubblico non numeroso ma attento ed interessato a scoprire una nuova pagina della storia delle comunità. Da parte sua il Vallese ormai da alcuni anni ha intrapreso l’iniziativa di sostenere le ricerche iniziate a Liddes per conoscere e far conoscere il Mur d’Hannibal, l’impressionante struttura lunga 270 metri, larga 3 ed alta 2, che domina il passaggio della valle dell’Entremont e che, è stato appurato, ospitava nella parte sommitale del sito e sulle sue pendici dai 250 ai 400 soldati e miliziani romani. Un luogo strategico sulla strada da e verso Aosta che, come nella fiaba di Pollicino, ha permesso di individuare un percorso collegando in primo luogo i colli di Barasson sopra Saint-Oyen, dove esistono altri insediamenti antichissimi, utilizzati dall’Esercito svizzero ancora in tempi recenti, e poi di guardare oltre, verso Flassin e Citrin, passando per il vallone di Vertosan ed arrivando fino alle alture sopra Runaz di Avise. Un percorso visivo concatenato, come ha spiegato nel suo interessante intervento l’archeologa aostana Alessandra Armirotti.

Luoghi difficili da raggiungere, tenuti segreti, dopo che nel Vallese i “cercatori” avevano depredato alcuni scavi archeologici, quindi un lavoro delicato, in Valle d’Aosta compiuto con interventi mirati di saggi, tutti però fruttuosi, visti i reperti raccolti ed analizzati. Più lontani dalla linea che unisce il Mur d’Hannibal e Runaz, conosciuti già in precedenza – Pierrey a Nus e Tantané a La Magdeleine – e addirittura scavati – Tantané sono però in collegamento visivo e quindi fanno parte dello stesso sistema di fortificazioni e di punti di presidio e di osservazione. «I forti romani ha spiegato Alessandra Armirotti – sono situati dai 2.300 ai 3.100 metri di quota e sono stati tutti realizzati nell’arco di un cinquantennio, dal 70 al 20 avanti Cristo. In Valle d’Aosta alcuni potevano ospitare più di 100 soldati e sono stati realizzati secondo logiche diverse, ma tutte finalizzate al controllo militare del territorio. Al momento ne abbiamo individuati una ventina e altri potrebbero ancora essere scoperti.»

Nel territorio di Avise sono 5 i forti in una linea che unisce la Tour Ronde e la Tour Tignet al colle di Citrin ed a Punta Fetita, testimonianza che il vallone di Vertosan doveva essere un’importante via di comunicazione per collegare i principali passi della Valle d’Aosta, Piccolo e Gran San Bernardo, rispettivamente Alpis Graia e Alpis Pennina. A conferma di questa situazione è stato individuato a 1.400 metri di quota sopra a Pré-Saint-Didier un altro sito fortificato, denominato Bois de Montagnolaz, proprio a fianco all’antica strada romana del Piccolo San Bernardo, più in alto rispetto all’attuale statale 26.

Le scoperte dei forti e del sistema romano di controllo delle vie di comunicazione ha modificato la storia come la conoscevamo fino a pochi mesi fa. Lo ha ammesso Romain Andenmatten, archeologo cantonale del Vallese, che in base alle prove scientifiche dei ritrovamenti ha dovuto spostare indietro le lancette del tempo sulla dominazione romana del territorio elvetico. «Si è sempre ritenuto – ha detto Romain Andenmatten – che i Salassi della Valle d’Aosta si fossero sottomessi prima dei popoli del Vallese. Invece ora abbiamo le prove che i romani si stabilirono prima nel Vallese attraverso degli accordi con i gruppi etnici che lo abitavano, mentre i Salassi – si stima fossero circa 35mila – resistettero molto più a lungo. Un altro elemento a sostegno di questa novità storica è che Augusta Praetoria venne fondata come colonia romana, quindi come presidio ufficiale, mentre in Vallese nessun insediamento aveva questo status.

Sia Alessandra Armirotti che Romain Andenmatten sono intervenuti nella tavola rotonda del mattino, che ha coinvolto specialisti ed archeologi, con uno sguardo proiettato anche verso le Alpi centro-orientali e in particolare la bergamasca Val Brembana con Enrico Croce dell’Università di Milano. L’attenzione si è incentrata pure sulle prospettive di analisi dei reperti e dei materiali archeologici, con un interessante focus sulla dendrocronologia da parte di Fabien Langenegger e sulla diagnostica con la relazione di Sylvie Cheney, nonché sulle esperienze di valorizzazione e divulgazione del Mur d’Hannibal illustrate da Aurélia Basterrechea.

Nel pomeriggio sono state presentate ufficialmente le attività previste per i prossimi 3 anni, che riguarderanno, oltre all’incremento delle conoscenze scientifiche sui siti archeologici “invisibili”, anche molte azioni di divulgazione, accessibilità e promozione, con la realizzazione di un’esposizione itinerante transfrontaliera e di 13 punti informativi sul territorio, una parte dei quali in 9 Comuni della Valle d’Aosta. Sono intervenuti i responsabili della cultura e dell’archeologia del Vallese Caroline Brunetti e Alain Dubois, che ha ricordato sua nonna originaria di Pont-Saint-Martin, quale esempio di cooperazione linguistica e culturale tra le comunità, un tema ripreso dall’assessore agli Affari europei Luciano Caveri che ha evidenziato come «il passato storico comune che la Valle d’Aosta condivide con le regioni alpine confinanti e con il Vallese sia uno degli elementi fondanti dell’identità culturale valdostana». Da parte sua Jean-Pierre Guichardaz, assessore ai Beni e alle Attività culturali ha evidenziato che «Il progetto MAIA rappresenta un’opportunità straordinaria per riscoprire e valorizzare il patrimonio archeologico alpino, rendendo visibili e accessibili al pubblico siti di grande rilevanza storica e culturale. Attraverso la ricerca, la divulgazione e la cooperazione transfrontaliera, vogliamo creare un ponte tra passato e presente, offrendo nuove chiavi di lettura per comprendere la storia della nostra regione e dell’arco alpino.» A presentare le iniziative che verranno realizzate nei prossimi 3 anni è stata Ambra Idone, funzionaria della Soprintendenza valdostana ed entusiasta sostenitrice del progetto, classificatosi al terzo posto nella graduatoria Interreg su 25 domande, così da essere finanziato con fondi europei e statali per 1 milione e 820mila euro, dei quali 1 milione e 226mila da investire in Valle d’Aosta.

L’evento si è concluso con una performance dal titolo “Anime sonore d’alberi invisibili”, con musiche originali composte per l’Area Megalitica da Giovanni Sollima ed eseguita dal vivo dai musicisti della SFOM – Manuel Pramotton, Marina Martianova, Massimiliano Gilli, Fulvia Corazza, Stefano Blanc e Marco Giovinazzo – che hanno interagito con un video realizzato grazie al coordinamento artistico di Enrico Montrosset.