AOSTA (zgn) Nella splendida cornice del chiostro di Sant’Orso, mercoledì scorso, 23 settembre, è stato presentato il volume dedicato a Diálogos – Artigianato e devozione popolare in Valle d’Aosta, il progetto espositivo diffuso promosso e curato da L’Artisanà.
L’incontro si è inserito nel ricco calendario di Plaisirs de Culture, apertosi in piazza Chanoux con un appuntamento dedicato agli echi francescani, nell’anno in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi. Un tema che trova una seconda eco proprio all’interno di Diálogos, nell’esposizione allestita al Priorato di Sant’Orso, dove la figura del Poverello di Assisi viene raccontata attraverso un dialogo tra storia, memoria, arte e artigianato.
Tre sono i momenti attorno ai quali si sviluppa questo racconto. Il primo riguarda la trasformazione urbana dell’area un tempo occupata dal complesso francescano di Aosta, sul luogo dell’attuale piazza Chanoux. Il secondo riporta al 1986, quando un’altra ricorrenza francescana fu celebrata attraverso la monumentale installazione ideata da Enrico Peyrot, che ricostruì nella piazza, a grandezza naturale, il profilo dell’antica chiesa di San Francesco. Un episodio oggi restituito dalla memoria fotografica.
Il terzo momento mette invece in relazione una tela raffigurante san Francesco, proveniente con ogni probabilità proprio dalla scomparsa chiesa aostana e oggi conservata a Morgex, con alcune opere dell’artigianato contemporaneo dedicate al santo. Ne nasce un confronto tra antico e contemporaneo capace di ricordare quanto la devozione verso san Francesco abbia avuto radici significative anche in Valle d’Aosta.
È in questo contesto che si colloca il volume presentato mercoledì. Un catalogo nato volutamente quando le esposizioni erano già aperte al pubblico. Una scelta che ha permesso di documentare non soltanto le opere, ma anche gli allestimenti delle diverse tappe che compongono Diálogos: il Museo dell’artigianato valdostano di Fénis, il Priorato di Sant’Orso ad Aosta, il Castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, la Cappella del Santo Sudario e il parco del Castello di Introd.
Presentare il catalogo contemporaneamente all’inaugurazione avrebbe significato rinunciare proprio alla testimonianza visiva del modo in cui le opere sono state messe in relazione con gli spazi e con il territorio. Una documentazione destinata a rimanere anche quando le mostre saranno concluse.
Non è una preoccupazione nuova. Jules Brocherel, profondo conoscitore e promotore dell’artigianato valdostano, lo aveva compreso bene. Nel catalogo della mostra di Roma del 1937 dedicò infatti ampio spazio non soltanto agli oggetti esposti, ma anche all’organizzazione, all’allestimento e all’inaugurazione, accompagnando il racconto con immagini fotografiche.
Una sensibilità che trova conferma nell’immenso patrimonio di fotografie che Brocherel ci ha lasciato: documentare un’esposizione significa conservarne non soltanto le opere, ma anche il modo in cui un determinato momento culturale ha scelto di raccontarle.
Ad aprire la presentazione è stato Bruno Domaine, presidente de L’Artisanà, l’ente promotore del progetto. È seguito il contributo della Soprintendenza per i beni e le attività culturali, con gli interventi della soprintendente Laura Montani e di Daniela Platania, che hanno sottolineato l’importanza di affidare a una pubblicazione la memoria e i contenuti di un percorso articolato su più sedi.
A concludere l’incontro è stato Michele Cicirelli del Museo dell’artigianato valdostano, che ha accompagnato il pubblico attraverso i diversi capitoli del catalogo, costruiti seguendo gli ambiti e i temi sviluppati nelle esposizioni presenti sul territorio.
Nel chiostro di Sant’Orso si sono ritrovati numerosi appassionati e collezionisti di artigianato, prestatori delle opere esposte e persone che continuano a riconoscere nell’artigianato non soltanto una produzione materiale, ma uno degli strumenti attraverso i quali custodire, interpretare e trasmettere le tradizioni valdostane.
È forse questo uno dei significati più profondi di Diálogos: mettere in relazione oggetti, luoghi e memorie, lasciando allo stesso tempo una traccia di questo incontro. Perché una mostra è per sua natura temporanea, mentre documentarla significa permetterle di continuare a raccontare.
