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AFONSO REIS CABRAL: PANE AMARO

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AFONSO REIS CABRAL: PANE AMAROAfonso Reis Cabral, giovanissimo e precoce scrittore portoghese, che può già vantare di una rispettabile carriera, ci regala con il suo secondo romanzo, Pão de Açucar, uno di quei buoni libri che ci aiutano a camminare, dove la scrittura è al servizio di una passione per la conoscenza e la comprensione che si impongono come grammatica etica universale della letteratura; ragione civile e spirituale della più nobile, antica e autentica vocazione umanistica. Romanzo di finzione dedicato a una terribile storia criminale, l’opera, vincitrice del Premio José Saramago del 2019, rinnova la grande tradizione del true crime, inaugurata in modo esemplare da Truman Capote con il fulminante e agghiacciante A sangue freddo. Il titolo Pão de Açúcar è il nome della carcassa di un edificio incompiuto e abbandonato che sorge, desolato moncone di un progetto naufragato, in una strada periferica nella città di Porto. Avrebbe dovuto ospitare un centro commerciale, ora serve solo da garage e riparo per la vegetazione selvaggia di una città troppo povera e troppo occupata per tenere il passo con la crescita, per potersi far carico di coloro che sono rimasti indietro, fermati dalla malattia, dalle difficoltà sociali o dalla marginalità. Questo edificio fantasma, un monumento abortito di gioioso consumismo, è diventato la patria di Gisberta, transessuale senzatetto, tossicodipendente e malato di AIDS, che vive in una capanna di plastica e cartone nascosta nel seminterrato dell’edificio. È diventato anche il rifugio segreto di tre preadolescenti, di circa dodici anni, ospiti di un’istituzione per l’aiuto di minori in difficoltà, alla ricerca di muri dimenticati su cui scrivere il silenzioso grido dei graffiti. Quando arriva il momento, inevitabilmente, i percorsi si incrociano. I bambini diventano amici di questa donna. La visitano regolarmente, le preparano pasti improvvisati, si proclamano i suoi protettori, in uno scambio disperato di bisogni: hanno la forza della giovinezza, della salute e del gruppo, lei ha l’infinita dolcezza delle madri perdute, presenti solo nel sogno. Ma un giorno il gruppo cresce. I tre bambini si vantano con i compagni del centro d’assistenza, di avere un segreto, qualcosa di assolutamente insolito, assolutamente eccezionale: essere gli amici di un «uomo con il seno». Trasformandosi in notizia, in risorsa, nella dura contrattazione dell’identità che governa la coesistenza degli adolescenti al centro, una comunità senza regole o autorità, che conosce solo vincoli e potere, il dominio di ciò che è più forte perché che è più violento, più cinico e più crudele, Gisberta perde nome e individualità. Diventa un mostro da baraccone, uno spettacolo anormale da sacrificare al voyeurismo di coloro che sono privati di ogni possibilità di contemplazione, freak marginale e vulnerabile, da sacrificare come ideale capro espiatorio per la coesione del branco, secondo la teoria di René Girard, dove il gruppo sociale, nella sua forma precontrattuale, mantiene la sua unità esercitando una violenza collettiva contro un membro o una minoranza debole. Per una settimana, un gruppo di giovani di età compresa tra i 12 e i 16 anni va ogni giorno all’inferno della cantina del Pão de Açúcar per picchiare brutalmente Gisberta. Credendola morta, si liberano del suo corpo gettandolo in un lago sotterraneo creato da un ruscello che scorre sotto le fondamenta del palazzo, un abisso spettrale in cui frana il terreno. Anche i tre protettori di Gisberta hanno partecipato al massacro: la loro amicizia nei suoi confronti si è trasformata in violenza omicida. Dieci anni dopo questo atroce evento, Afonso Reis Cabral scrive un libro su ciò che è accaduto per cercare di capire come una vittima può trasformarsi in un carnefice, come una richiesta di affetto può trasformarsi in un istinto di morte; l’innocenza ferita che naufraga nella pura crudeltà distruttiva. Ed è il cuore dei senza cuore che l’autore riscatta questo abisso in cui è stato sepolto il povero corpo della donna, mettendo così in parole la vertigine dell’afasia a cui questi poveri ragazzi sono stati condannati dalla povertà, dall’abbandono, dalla solitudine burocratica in cui la gestione istituzionale della marginalità può murare vivi i “beneficiari” degli aiuti di Stato. Nel moncone di cemento di “Pão de Açúcar”, in questa acqua fangosa e infetta in cui vanno in putrefazione le basi di ciò che è stato intrapreso ma mai realizzato, gli emarginati, la trans senzatetto, i bambini senza famiglia, si incontrano e consumano un rito sacrificale di espiazione per procura, necessario a mantenere i legami sociali. La vera letteratura non spiega, non giudica, non definisce. Ci invita a fermarci a guardare, a trovare un significato dove non lo troviamo. Ci costringe a sondare le acque inquinate e nascoste sotto le promesse distrutte della nostra società per riscattare un povero corpo torturato e l’innocenza che è affogata con lei. Né all’uno né all’altra la letteratura restituirà la vita, ma ponendole davanti alla nostra pietà e alla nostra responsabilità, restituisce loro la dignità dell’essere umano, che è stata loro negata dalla violenza di una società costruita su quella violenza che espelle i più piccoli, i più deboli, i malati, gli estranei, come inutili rifiuti.