Ha la vivacità negli occhi che esprimono un’immensa voglia di vivere e di raccontare! Sempre che, nonostante il passare del tempo, la mente aiuti a ripercorrere passaggi importanti della propria vita fatta di 96 anni. «Quasi 97!» precisa lei.
Il nostro racconto inizia da quel lontano 26 aprile del 1923, giorno che a Villeneuve vide nascere Cassilda Champretavy, figlia di Giuseppe Champretavy e Augusta Armand. Gente semplice, gente contadina, gente di montagna.
Lei parla della sua vita difficile e di come i tempi siano cambiati da quando bambina camminava «avanti e indietro, tra Vens e Ferrère, per raccogliere il fieno, per tornare la sera a casa a Vetan e, il giorno dopo, ancora tanto camminare per andare a bagnare i prati». Racconta di avere conosciuto la principessa Maria José del Belgio, poi diventata l’ultima regina d’Italia avendo sposato Umberto II e «Con la quale si poteva parlare in francese, perché a scuola ci era stato proibito di farlo! La conoscevo perché durante l’estate veniva ad accamparsi con il suo staff proprio vicino a casa nostra» e spiega ridendo di «avere bucato gli occhi di Mussolini, ma solo in una fotografia del sussidiario di scuola».
«Mio papà – dice Cassilda Champretavy – non voleva sentire parlare di guerra, perché lui stesso era stato già in guerra nel primo conflitto mondiale. Continuando ad ascoltare che brontolava sempre nei confronti di Mussolini, io e mio fratello Albino abbiamo bucato gli occhi del duce in una foto. Ma la maestra, Elisabetta Armand, ci diceva che se qualcuno avesse saputo, saremmo andati in prigione. Che paura avevamo! La guerra arrivò. Un giorno, fu nostra madre a farci capire che qualcosa di molto grave stava succedendo, perché da lì passavano tanti uomini in divisa. A Vens c’era già la luce elettrica, anche se poco luminosa, e una sera che gli abitanti dovettero spegnerla, perché si udivano passare gli aeroplani diretti verso la Francia. In pochi istanti sentimmo un boato: un aereo, forse anche due, scaricò le bombe per essere più leggero. Andarono distrutti i vetri delle case del villaggio e, nei giorni successivi, arrivarono altri militari a disinnescare le bombe rimaste nel terreno.»
L’intervista a Cassilda Champreptavy si svolge nel tepore della casa di Saint-Nicolas, dove vive tutt’oggi. Ogni tanto il suo racconto è interrotto dalle voci dei figli Henry e Aurelio, nati rispettivamente nel 1945 e nel 1948: «Neanche l’avessi fatto apposta, uno è nato nell’anno della fine della Seconda Guerra mondiale, l’altro nell’anno della proclamazione dello Statuto Speciale per la Valle d’Aosta.»
Cassilda, è stata chiamata così, come volle suo padre. «Mio papà diceva sempre che io portavo un nome importante, perché era anche il nome di una donna mussulmana convertita al Cristianesimo, vissuta nel XI secolo durante il dominio arabo in Spagna, figlia del governatore di Toledo (nel XI secolo, Toledo era la capitale religiosa della Spagna islamica; la storia racconta che Casilda di Toledo era figlia dell’emiro di Toledo al-Mamun, secondo altri invece era figlia di Ben Cannon, governatore di Cuenca. La donna era nota per la sua grande generosità verso i prigionieri, i poveri e gli ammalati, ndr). Se anche durante la registrazione della mia nascita al mio nome è stata aggiunta una “s”, sono sempre stata molto fiera di essere stata chiamata così, soprattutto quando anche i bambini mi chiedevano: “Ma che nome è il tuo?”
Il padre di Cassilda era di Saint-Pierre, la mamma di Vens. Una volta sposatisi, i coniugi Giuseppe Champretavy e Augusta Armand si trasferirono a Saint-Nicolas e lei ricorda ancora con assoluta lucidità quell’episodio che a soli quattro anni la vide ferita e sanguinante perché «Mi feci male con un falcetto, mentre ero nei prati a Vetan. Ero sola e dovetti arrangiarmi come potevo per tornare a casa».
Dunque, è a Vetan che Cassilda trascorre le sue estati d’infanzia, tra il divertimento delle corse nei grandi spazi verdi e nei boschi e il lavoro dei campi anche tra Vens e Ferrère. Con lei erano i fratelli, Albino del 1924, Renato del 1927 e Lino, nato quando lei è già una ragazzina, nel 1938.
«Quanta paura avevo, quando dovevamo attraversare il torrente Gabo. – come chiama lei il Gaboé – Quando il torrente si faceva minaccioso, la nonna però tirava pietre piuttosto grosse per costruire una specie di passaggio nell’acqua. Ricordo che ci diceva di recitare l’Atto di dolore e io pregavo mentre saltavo da una pietra all’altra, perché non volevo morire nell’acqua. Invece, sono ancora qui e di anni ne ho novantasei e mi viene da sorridere oggi, quando penso che i bambini vengono accompagnati a scuola in macchina, mentre per noi bambini di quell’epoca era tutta un’altra storia.»
Cassilda Chapretavy continua a spaziare dagli anni Venti del secolo scorso ai giorni nostri, passando attraverso il fascismo e la guerra, la nascita della Repubblica e dello Statuto della Valle d’Aosta, il periodo post bellico e gli anni del boom economico, la percorribilità viaria della nostra regione su strade dissestate, sentieri e mulattiere, la costruzione dei due trafori (Monte Bianco e Gran San Bernardo), la realizzazione dell’autostrada e tanto di più.
«In prima e seconda elementare, a Saint-Nicolas, la maestra non era diplomata. Ma dalla terza elementare in poi, sia io sia i miei due fratelli Albino e Renato e anche i nostri compagni di scuola dovemmo frequentare la scuola di Rumiod dove, invece, la maestra aveva il diploma. A Rumiod, da Saint-Nicolas, andavamo a piedi, calzando un paio di zoccoli che doveva durare tutto l’inverno. C’era sempre tanta neve e tanto freddo. Tuttavia come non ricordare il calore della stufa a legna una volta entrati in classe, oppure una volta rientrati a casa? Il primo ricordo che ho del pane bianco mi riporta alla mia prima comunione fatta con don Emile Bionaz, quando avevo solo nove anni. Don Bionaz ci portò a mangiare tutti nella stalla della parrocchia, dove la perpetua aveva allestito la tavola e avevamo pure la panca per sedersi. C’erano anche le mucche, ma a me sembrava tutto così lussuoso. Fu li che, per la prima volta nella mia vita, vidi una caldaia piena di latte e cacao e mangiai il pane bianco di cui, fino a quel momento, non conoscevo né il profumo né il sapore. A casa mangiavamo solo pane di segale che tagliavamo con il copapan. Era il pane che, a Saint-Nicolas, si faceva solo una volta l’anno, d’inverno, quando veniva acceso il forno del paese. Siccome il forno serviva per tutte le famiglie, anche per fare la fontina all’epoca le famiglie che avevano le mucche si univano per fare lavorare il latte a un solo casaro. A Vetan noi tenevamo qualche mucca e la nostra vita di bambini prima e di ragazzi poi, durante l’estate era di andare al pascolo, irrigare i prati, fare i fieni. Arrivava poi l’autunno, l’inverno e papà ogni tanto comperava due arance. Noi lo aspettavamo con ansia; io adoravo le arance e ne mangiavo gli spicchi con lentezza, perché non volevo che finissero in fretta.»
Le «sardine» sono oggi sulla bocca di tutti, per via degli ultimi eventi politici italiani. Però se con Cassilda parliamo di sardine, nel vero senso della parola, i fatti sono ben altri e fanno davvero sorridere. «Ricordo bene quella volta quando un’amica venne a casa nostra portando una scatoletta di sardine. E chi le aveva mai viste? Quanto erano buone, mangiate con la polenta. Da allora mi sono sempre piaciute, ne vado matta.»
Aveva vent’anni, nel 1943, Cassilda Campretavy quando sposa, nella chiesetta del villaggio di Cerlogne, il suo amato Augusto Armand. Lui era un cacciatore.
«Era il 1942. Io e mio fratello Albino, cantando a squarciagola, tornavamo da Vens verso casa, a Vetan. A un certo punto incontrammo due cacciatori seduti su una grande pietra che appena ci videro fecero i complimenti per la nostra voce. Uno dei due disse all’altro: “Questa la sposi tu!”. Con Augusto ci sposammo appunto nel 1943. Il pranzo di nozze fu cucinato da due militari, amici di mio marito che nella vita ha sempre fatto l’agricoltore: per venticinque anni ha tenuto l’alpeggio di Jovençan nella comba di Vertosan. Fu lui che insegnò all’altro mio fratello, Renato, ad andare a caccia. Mio padre non era assolutamente contento, non voleva! Ma dovette cedere. Io e mio marito andammo prima ad abitare a Cerlogne, in seguito ci trasferimmo a Saint-Christophe. Ben presto, da lì, dovemmo scappare per tornare a Vertosan, perché lui non voleva combattere per la Repubblica Sociale. Poi ci fu quel rastrellamento di partigiani uccisi dai nazifascisti, un giorno doloroso per Saint-Nicolas e i suoi villaggi e per la storia partigiana valdostana. Faccio ancora oggi fatica a dimenticare quei corpi a terra, più di una decina. Ricordo che nessuno poté avvicinarsi ai loro corpi. I tedeschi ne volevano impedire il recupero.”
Quel giorno di cui parla Cassilda Champretavy, durante un rastrellamento i nazifascisti uccisero tredici partigiani e tre civili. Era il 30 luglio 1944. La formazione partigiana «Vertosan», guidata da Andrea Patuasso, aveva installato il proprio comando nel villaggio Cerlogne (che fu incendiato dagli stessi nazifascisti); i partigiani controllavano una vasta parte del territorio intorno a Saint-Nicolas. Quel 30 luglio 1944 morirono Leone Bichi, Paolo Minuto, Aldo Fraioli (aveva solo 16 anni), Aldo Dobry, Pierino Chanoux, Leone Frassy, Maturino Tiblet, Rosito Elso Armand, Paolo Giuseppe Fusinaz, Alfredo Bal, Luigi Désaymonet, Giuseppe Vermondi, Giosefatte Frazza e con loro anche un ragazzo cecoslovacco che si era unito ai partigiani valdostani. I tre civili massacrati furono Oreste Junod (ucciso a Vens), Silvano Cerlogne (ucciso a Cerlogne), Augusto Thomasset che, dopo essere stato colpito in maniera molto grave a Fossaz, fu trasportato all’Ospedale di Aosta dove morì dopo poche ore.
Molti rifugiati trovarono nascondiglio a Vens in quegli annni di guerra: un nome fra tutti era quello di un importante scrittore italiano, Giovanni Pirelli, nipote di Giovanni Battista Pirelli che fu il fondatore della grande multinazionale italiana, famosa casa produttrice di pneumatici per automobili, moto e biciclette.
Finita la guerra, Cassilda Champretavy e suo marito aprirono un negozio di alimentari a Fossaz; per loro la vita continuò, quindi, tra Saint-Nicolas e Aosta, soprattutto durante i giorni di mercato dove era possibile andare a vendere la Fontina. Ci fu però un altro fatto doloroso che Cassilda ricorda con l’aiuto dei figli Henry e Aurelio. Nel 1953, una valanga distrusse un tramuto dell’alpeggio che Augusto Armand gestiva nella comba di Vertosan, appena a valle del col Citrin.
«Dopo averlo ristrutturato e fatto il collaudo, mio marito – racconta Cassilda Champretavy – avrebbe dovuto prendere i contributi che gli spettavano, grazie alla legge sugli aiuti per l’agricoltura di montagna. Invece la valanga, oltre all’alpeggio, distrusse anche il sogno di mio marito che dovette comunque trovare i soldi da restituire alla banca, ai parenti e agli amici che lo avevano aiutato. Quanti sacrifici dovemmo fare per pagare i debiti! Poi, finalmente, mio marito iniziò a lavorare per la Regione, impegnato prima nella lotta alla processionaria delle piante e successivamente nei rimboschimenti. Questo significava avere una paga mensile e un po’ alla volta potemmo pagare tutti i creditori.»
Nella sua vita, Cassilda Champretavy ha svolto diversi mestieri: la contadina, la cuoca, l’imbianchina, la materassaia, la sarta, la pittrice su ceramica e legno e anche la scultrice per portare alla Fiera di Sant’Orso «I camosci che facevo con la corteccia degli alberi, prima di darmi alla scultura su legno. La prima volta che partecipai alla Foire era il 1964 e ricordo di avere preso tanto freddo, ma almeno vendetti quasi tutti i miei lavori.»
La lunga chiacchierata con Cassilda Champretavy, nella casa dove vive dal 1954, termina con una riflessione dedicata «Alla campagna, perché oggi i tempi sono cambiati, in meglio sicuramente grazie alla tecnologia. Non ho sogni rimasti nel cassetto, ma se potessi vorrei poter continuare a lavorare all’uncinetto. Purtroppo, i miei quasi novantasette anni cominciano a farsi sentire anche nelle mani. Comunque sono felice lo stesso, perché la mente è ancora attiva. Altrimenti come avrei potuto raccontare quello che lei scriverà?»
