«Quanti ne ho visti fare viaggi, e dopo non tornare, restare, spaccare, affermarsi» recita una famosa canzone rap, il genere musicale preferito del valdostano Umberto Luberto. E chissà se sono state proprio queste le parole che gli hanno dato la forza di diventare oggi uno dei migliori sommelier di Londra. Umberto Luberto, conosciuto da tutti ad Aosta come “Farouk”, all’età di soli trentadue anni ha vinto il prestigioso premio “Best Contemporany Wine List Award 2020”, lavorando come sommellier al Theo Randall Restaurant, ospitato nell’InterContinental Hotel Park Lane, nel centro di Londra.
«La mia passione è nata nel momento in cui cercavo stimoli nuovi alla consuetudine quotidiana. – racconta – La materia vino era un argomento nuovo, per me una continua scoperta, un mondo in cui nulla annoiava, una sintesi fra teoria, percezione personale, emozioni e realtà. Il vino è dinamico come la vita, pur essendo un insieme di istantanee uniche per ogni degustatore».
Dove ti sei formato come sommelier? «Ho iniziato con l’Associazione Italiana Sommelier – Ais Valle d’Aosta, conseguendo i primi tre livelli, successivamente ho ottenuto il Master in Gestione e comunicazione del vino presso Alma Scuola Internazionale di Cucina Italiana, fondata dal celebre Gualtiero Marchesi».
In Italia questa professione offre meno opportunità che all’estero? «No. È certamente fra le professioni più richieste degli ultimi anni, essendo fra i pochi settori in continua crescita, sia in Italia che all’estero. In Italia, in particolare, in questo settore vi sono realtà all’avanguardia, con cura del dettaglio e atteggiamenti innovativi senza uguali nelle realtà estere finora da me conosciute».
Da quanto tempo abiti a Londra? «Poco più di due anni. Londra è una città in cui occorre essere sempre al passo con ritmi molto alti. Le energie richieste sono elevate, ma se si riesce a trovare il giusto equilibrio si hanno anche notevoli riconoscimenti».
È stato difficile trovare lavoro a Londra? «No. Ho trovato prima il lavoro della casa. Ricordo che quando atterrai mi proposi di accettare la prima posizione disponibile nell’ambito della mia professione. Mi bastarono, però, solo tre curricula inviati ed un solo colloquio professionale, per dare il via ad un nuovo capitolo della mia vita».
Cosa ti manca dell’Italia? «La cucina di casa e la biodiversità degli alimenti, in poche parole, la qualità mediterranea ad un prezzo accettabile».
L’estero offre più opportunità a livello lavorativo dell’Italia cosa c’è di diverso in Inghilterra rispetto all’Italia? «Le opportunità esistono dovunque, è la qualità della professionalità italiana che viene apprezzata all’estero e questo dà maggiori occasioni di lavoro».
Per cosa noi siamo indietro? «Veramente credo che noi siamo avanti, in particolare nel settore della ristorazione. Ma il detto “nessuno è profeta in patria” è sempre valido. Spesso noi italiani riceviamo credito esterno ma subiamo discredito interno».
Nel mondo della ristorazione cosa c’è di diverso in Inghilterra rispetto all’Italia? «Il ritmo. Tutto gira più veloce: il servizio come i coperti. Talvolta si ha la sensazione che tutto sia meccanico ed asettico, meno emotivo. Si percepisce concretamente il concetto che “Il tempo è denaro!”. Anche nel vino le mode e i trend cambiano velocemente: occorre essere sempre molto aggiornati per restare competitivi su un mercato che si pone tra le migliori piazze del mondo».
Torneresti a fare questa professione in Italia un domani? «Sicuramente, compatibilmente con la possibilità di mettere a risultato l’esperienza maturata».
Che progetti hai per il futuro? «Non mi dispiacerebbe divulgare, anche in altre parti del mondo, il modo del tutto particolare di comunicare il vino appreso nei corsi Ais e Alma».
