È ormai diffusa la consapevolezza che quella che chiamiamo la «globalizzazione» sia un processo planetario che ha tanto dei vincitori quanto dei vinti. È un tema di cui si parla sempre più diffusamente e il più vasto pubblico sa bene, talvolta per averne un esperienza diretta, che nel volgere di pochi decenni molte cose sono cambiate sia nel mondo della produzione che della circolazione delle merci. Abbiamo nei piedi scarpe prodotte in Vietnam o Jeans prodotti in Bangladesh, cellulari prodotti in Cina o fragole cilene. La tendenza di molti osservatori e di molti media è quella di collocare questa nuova condizione globalizzata all’interno di rapporti fra le grandi economie; tra la Cina e gli Stati Uniti, l’Europa, il Giappone i nuovi giganti emergenti. Questo scenario per l’appunto «globale» sfugge completamente a tutti noi cittadini comuni, persino indipendentemente dalla nostra formazione. Siamo impotenti e talvolta frustrati da una sensazione di totale perdita di controllo e di riferimenti.
«L’opposizione tra diverse visioni dell’Europa
non è nuova e merita dunque di essere ripensata
in una prospettiva storica»
(Thomas Piketty)
Eppure vi è anche una prospettiva e una lettura assai più puntuale, che si potrebbe dire ci è più vicina, anzi addirittura vicina alle scelte che ci attendono anche in occasione delle elezioni europee del 26 maggio prossimo. Questa diversa prospettiva è stata oggetto di un articolo sull’autorevole quotidiano francese “Le Monde”. L’autore è Thomas Piketty, uno dei più noti economisti, ormai conosciuto anche in Italia. La sua lettura si può così riassumere. L’Unione Europea, così come la conosciamo noi oggi, si fonda su una esasperata concorrenza non solo tra le persone ma soprattutto tra i territori e le varie Regioni di tutti i paesi. Su una concorrenza fiscale e sociale che favorisce soltanto i settori più mobili e più avanzati che sono più coerenti con questo modello economico. Si tratta di una modello impregnato di un liberalismo economico che ha in Europa una sua lunga storia e che ha finito per imporsi durevolmente.
«Le distinzioni sociali non possono fondarsi
che sull’utilità comune»
(Articolo 1 della Dichiarazione dei diritti
dell’uomo
e del cittadino. 1789)
Un modello economico che diventa un modello di società che a sua volta finisce per incrinare quell’idea, così tipicamente europea, fondata sulla diffusione del benessere e sul Welfare, perché non bisogna dimenticare che l’Europa è, e per fortuna ancora rimane, il continente più egualitario sull’intero pianeta. Come dice Thomas Piketty: «…la bandiera europea è oggi sfruttata da persone che la usano per imporre la loro politica di classe. Ma tocca a noi ricordare che l’Europa potrebbe anche organizzarsi diversamente, come già avevano pensato Wooton, Beveridge o anche Robbins ottant’anni fa.» Non è quindi il nostro un destino fatale ma il prodotto di precise scelte politiche e culturali. Ancora una volta ci auguriamo che i nostri lettori abbiano modo di riflettere su quanto la nostra Europa abbia bisogno di nuove idee e di una rinnovata partecipazione attiva e responsabile.

