Analista politico, l’aostana Isabella Sala
è l’autrice di questa rubrica
Tutta Italia è di nuovo a rischio epidemia, non per l’uomo, ma per i bovini questa volta, è infatti arrivata la dermatite nodulare contagiosa (LSD bovina).
Il primo focolaio italiano è stato a giugno, sebbene la malattia sia conosciuta sin dal 2018, eppure per ora si è solo iniziata, a stento ed in alcune zone, la vaccinazione malgrado siamo già ad agosto.
La battuta sui buoi ormai scappati dalla stalla sarebbe facile…a dimostrazione che fare l’allevatore, anche in Valle d’Aosta dove è cultura e tradizione, è diventata sempre di più una professione rischiosa.
Prima si investe tutto ciò che si ha nel territorio, non solo denaro, ma anche tempo energie e famiglia, poi si rischia di perdere tutto.
Il mestiere dell’allevatore è uno di quei lavori che occupa tutta la vita di una persona e con essa investe pure gli affetti famigliari, perché non si può essere allevatori da soli, è un mestiere a tutto tondo che non conosce pause o vacanze. E’ un lavoro che bisogna amare, molto spesso tramandato di padre in figlio, che diventa cultura e modo di essere, specie se compiuto in maniera eco sostenibile come nella nostra regione, con le mucche libere al pascolo, le transumanze in alta montagna e più a valle a seconda delle stagioni.
Anni di vita per poi scoprire che le bovine non sono dell’allevatore, ma della Usl, del veterinario, della politica.
Sono loro a deciderne infatti lo stato di pericolo, come anche quello di salvaguardia, i modi, i tempi, le attese e le “precauzioni” da adottare.
La salute delle persone, intendiamoci, viene prima di tutto. Anche se questo virus non può essere trasmesso all’uomo è ovvio che vada contenuto. Tuttavia invece di allarmarci quando ormai l’epidemia è in circolo, seminando una paura che non fa bene al mercato, agli allevatori e quindi pure all’economia, bisognerebbe prevenire, studiare, vaccinare, specie se si tratta di una malattia conosciuta da anni. Questo è la direttiva che dovrebbe dare la politica.
“Sono spaventato, lo ammetto. – dice Gilberto Marcoz, allevatore di Brissogne in alpeggio a Vetan – Corriamo il rischio che, con 1 solo capo contagiato, decidano di abbattere tutte le nostre bovine. Per ora siamo tutti in salvo, però siamo in zona ristretta e quindi gli animali non si possono spostare, il che è già una grossa limitazione. Mi auguro che il vaccino arrivi al più presto, altrimenti io potrei perdere, non solo la mia intera attività, ma quattro generazioni di lavoro della mia famiglia, di selezione genetica, di sacrifici.”
Può trattarsi di un falso allarme, come avvenne l’anno scorso per la blue tongue, per cui si fecero controlli, analisi, trattamenti e poi non esplose, ma è sempre meglio arrivare prima piuttosto che dopo.
In Svizzera le vaccinazioni sono già completamente avviate, mentre in Italia come al solito stentano a decollare, quando a giugno c’è già stato un primo focolaio: non pensiamo che l’abbattimento postumo sia la soluzione, perché non lo è.
Non lasciamo soli i nostri allevatori.