SAINT-PIERRE (btb) Un uomo buono, un uomo che, come è scritto sulla sua epigrafe, diceva sempre “Nella vita bisogna costruire ponti non muri”. Franco Jocallaz si portava dentro l’antica saggezza delle genti della montagna, delle famiglie numerose ed allargate nelle quali l’aiuto reciproco era fondamentale per raggiungere qualsiasi traguardo. Sapeva essere vicino a chi si trovava in difficoltà, sempre con le parole giuste per preparare una soluzione, un uomo del dialogo si direbbe oggi e lui lo era.
Franco Jocallaz ci ha lasciati all’alba di mercoledì scorso al Beauregard di Aosta dopo avere combattuto una lunghissima battaglia contro il male. Ha sofferto tanto, ma parlava poco del dolore che lo affliggeva, preferiva condividere la compagnia degli amici e dei famigliari senza angustiarli con i suoi problemi, tipico di lui, di un carattere che anche nei momenti più bui lo portava a cercare quel ponte che sapeva esistesse per superare tutto.
La famiglia era per lui un valore fondamentale. Cresciuto da mamma Leonilda Glarey e da papà Lorenzo, per tutti Laurent, originario di Chevrère di Introd, era nato il 1 6 marzo del 1944 a Saint-Pierre, dopo il fratello Remo del 1941 e prima d e l l’altro fratello René del 1951. Da Vetan alla Dora i Glarey erano ovunque e Franco aveva trascorso la sua giovinezza seguendo le stagioni, al pascolo a Gerbore come a Rumiod, poi su in alto a Palettaz come al Plan di Modzo, vicino a quelle montagne che aveva imparato a conoscere e ad amare, con un fisico minuto ma forte, con un cuore incredibile, da maratoneta, che lo portava in alto senza sforzi.
Una caratteristica di cui si accorsero a Livorno, quando diventò paracadutista della Folgore, 18 mesi lontano da casa, una sofferenza per lui, ma anche un’esperienza indimenticabile. Rientrato a Saint-Pierre fu prima messo comunale e quindi tecnico e caposquadra per l’Enel a Chavonne. Perché Franco Jocallaz sapeva fare tutto e di più: saldatore, muratore, falegname, elettricista. Anzi, accompagnando sin da ragazzo il papà Laurent, commerciante di legname e uno dei primi raccoglitori di antichità della nostra regione, aveva imparato a conoscere i mobili e gli oggetti di pregio della cultura popolare valdostana, tanto che quando andò in pensione negli anni Novanta tornò a questo suo amore, mettendo la sua abilità di conoscitore del legno al servizio del restauro.
Con la stessa abilità aveva ristrutturato, lavorando senza sosta, la grande casa di Bosses, in quella piccola comba sopra Alleysin tra il torrente e la montagna, dove si trovavano le origini della moglie Irene Rossan. Lei, figlia di valdostani a Lyon, tornava sempre per le vacanze estive al paese di origine e qui aveva conosciuto Franco, sposandolo nel 1973. Poi nacquero Eric nel 1975, Laurent nel 1979 e Sophie nel 1983. Franco e Irene, lei autista dello scuolabus del Comune, con gli anni riuscirono a ricomporre lo scacchiere delle frammentate proprietà di Bosses ed a trasferirsi nella nuova casa, senza dimenticare di realizzare successivamente un’abitazione per ognuno dei loro figli.
Al lavoro e alla famiglia, Franco Jocallaz aggiungeva la grande passione per il canto. Era un ragazzo quando vennero notate le sue qualità e il primo impegno fu la cantoria parrocchiale, della quale è stato un assiduo componente – come delle cantorie del Grand Paradis – praticamente per 60 anni, accompagnando la vita della comunità, nei momenti felici come in quelli più tristi. Oltre alla cantoria, fu nel 1985 fra i promotori e a lungo componente del Coro Nouvelle Harmonie di Saint-Pierre.
A Vetan, il villaggio dei Glarey, aveva la residenza dell’estate, nella casa a fianco a quella del fratello Remo, con il quale la frequentazione era quotidiana tutto l’anno. Non mancava quindi mai di cantare alla Messa patronale nella cappella di Saint Laurent e di partecipare alla festa del 10 di agosto, un appuntamento irrinunciabile per lui, nel quale ritrovare i vetaen e gli amici, gli stessi che ieri – venerdì – si sono ritrovati nella chiesa di Saint-Pierre per salutarlo, ascoltando la “sua” cantoria e poi brindando per lui al Bar Chateau, secondo il desiderio di celebrare il distacco nel ricordo anche allegro di chi se ne è andato, come avveniva un tempo nei nostri paesi, una consuetudine che Franco Jocallaz ha sempre rispettato.

