AOSTA (zgn) Organizzata dalla Consigliera regionale di parità in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati, la Sala “Maria Ida Viglino” di Palazzo regionale ad Aosta ha ospitato giovedì scorso, 6 marzo, l’incontro intitolato “Conferenza e dibattito sulla sentenza del caso dei Parioli”. In tale sentenza del 2013, relativa a un giro di prostituzione minorile nel noto quartiere bene di Roma, la giudice Paola Di Nicola condannò uno degli imputati a risarcire per danni morali la vittima non con denaro, ma con l’acquisto per lei di libri di donne e sulle donne. Un fatto di cronaca che è stato lo spunto per parlare del rischio di “vittimizzazione secondaria” presente nei procedimenti giudiziari. Quest’ultimo consiste nel fare rivivere alla vittima di un reato le condizioni di sofferenza a cui è stata sottoposta ed è spesso riconducibile alle procedure delle istituzioni susseguenti ad una denuncia.
Ad approfondire il tema introdotto dalla consigliera regionale di parità Katya Foletto sono stati il procuratore capo di Aosta Luca Ceccanti, la consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Aosta Alessandra Fanizzi, il presidente della Camera penale della Valle d’Aosta Ascanio Donadio, Roberta Francorsi del Comitato pari opportunità dell’Ordine degli avvocati di Aosta e la giornalista nonché componente del Forum violenza e pari opportunità Cristina Porta.
«Da una vicenda che sembrava unica – ha osservato la consigliera regionale di parità Katya Foletto – si è innescato un dibattito su come la società protegge i più piccoli dallo sfruttamento. Abbiamo assistito, però, ad un atteggiamento di doppia morale, perché c’era chi in fondo pensava che quelle ragazzine “se la sono cercata”, senza rendersi conto che dovevano essere gli adulti ad evitare un atto tanto grave. Insomma, una parte dell’opinione pubblica ha colpevolizzato le vittime». Il procuratore Luca Ceccanti ha quindi parlato del fenomeno della colpevolizzazione secondaria, evidenziando come «Le esigenze di indagine, che pongono l’obbligo del pieno accertamento dei fatti, possono entrare in contrasto con quelle di tutelare la libertà di autodeterminazione della vittima. Quest’ultima percepisce il Pubblico ministero come un persecutore spingendola a rivivere un trauma perché le fa ripetere più volte ciò che le è accaduto. Un Pm poco preparato o dotato di scarsa sensibilità può provocare dei danni. Ancora di più nella fase processuale fatalmente si concretizza il pericolo di fare del male alla vittima, a causa del contraddittorio necessario per appurare la verità».
Allora, come conciliare le diverse esigenze? «A fare la differenza è il fattore culturale – evidenzia il procuratore Luca Ceccanti – e lo dimostra il fatto che quello che succedeva 40 anni fa nei processi per violenza sessuale non accade più oggi. Dobbiamo partire da atteggiamenti non aggressivi ma anche dal linguaggio. Basti pensare che nel caso dei Parioli i mezzi di informazione utilizzavano il termine “Lolita” per indicare le minorenni, contribuendo così a dipingere le ragazze come istigatrici anziché vittime».

