Dal giornale

Nati per non durare

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Ritorniamo oggi, dopo una breve parentesi, sulle recenti elezioni regionali. Dopo aver in qualche modo tentato di analizzare alcuni aspetti di una delle più importanti forze politiche italiane, in particolare nella sua declinazione locale, oggi proveremo ad affrontare un secondo tema: quello della straordinaria diffusione di forme di rappresentanza che potremmo definire “effimere”. Si tratta di un fenomeno politico non nuovo ma solo oggi, in questa particolare stagione politica, ha assunto un ruolo di indubbio peso. Una forza politica, per essere tale, deve comunque rispondere ad alcuni requisiti che ne strutturano le forme della vita interna; deve avere comunque una certa struttura ed anche un certo radicamento tanto popolare quanto territoriale. Questo anno 2020 ha visto il fiorire in Valle d’Aosta di uno straordinario numero di liste elettorali che in alcuni casi tentavano persino di presentarsi come vere e proprie forze politiche ma che di fatto erano il frutto di operazioni dell’ultima ora quando non dell’ultimo minuto. L’esito elettorale di queste aggregazioni è stato tra l’altro tutt’altro che trascurabile e merita dunque di essere ulteriormente meditato anche in futuro quando sarà ancor più chiaro di quanto non lo sia oggi quale fosse la vera natura di questi “soggetti politici”. Ad Aosta, una forza più o meno effimera, ha conteso fino all’ultimo giorno la poltrona di sindaco ad un’ampia colazione di forze di ben più lunga tradizione e di ben maggiore radicamento. Su questo tema, Nadia Urbinati, politologa italo-americana docente alla Columbia University di New York, ha sviluppato un’interessante riflessione sostenendo che «…quando i molti non possono più contare sull’articolazione dei loro partiti, come succedeva nelle democrazie solide, allora trovano altre forme aggregative. Devono farlo se vogliono far sentire la loro voce. Un tempo i partiti organizzavano non solo la rappresentanza dentro lo Stato, ma la partecipazione fuori da esso. Questo non accade più…».

Una riflessione interessante che va tenuta in considerazione ma che dimostra anche che la nostra realtà è teatro di una sorta di epifenomeno in cui convergono tensioni di più ampio respiro e fatti rigorosamente locali. Questa complessa situazione contemporanea, a livello di una piccola regione come la Valle d’Aosta, ha generato fenomeni ad oggi pochissimo analizzati e probabilmente ulteriormente enfatizzati dalla legge elettorale vigente e dalla preferenza unica. Abbiamo infatti assistito ad una forte personalizzazione delle micro-aggregazioni. Singole persone, portatrici di un consenso individuale, sono state il motore di alcune di queste esperienze che il tempo giudicherà quanto “effimere”. A queste si sommano aggregazioni tendenzialmente corporative, portatrici di interessi legittimi ma in fin dei conti circoscritti. Probabilmente nessuno dedicherà a questa fenomenologia la dovuta attenzione benché essa meriti di essere più profondamente analizzati ed anche più profondamente elaborata; unico modo per fare di questa una tappa un episodio di un processo comunque positivo. La mia personale opinione, per riprendere ancora la riflessione di Nadia Urbinati più sopra citata è che «… i partiti organizzati siano cruciali per tener viva la democrazia, con buona pace di chi li dava per spacciati.». Gran parte delle formazioni politiche che si sono presentate alla recente competizione elettorale sono principalmente l’esito ultimo di un processo di frantumazione dell’area autonomista. Una frantumazione interpretata da più parti con severità come un fenomeno esclusivamente negativo. E se invece così non fosse? Voglio dire in altre parole che la crisi dell’area autonomista è in fondo una crisi di quel modello plebiscitario di cui l’età rollandiniana è stata la massima espressione. Coniugando quindi almeno tre considerazione si potrebbe ripensare a tutto ciò sotto una luce in parte diversa. La prima il ruolo decisivo dei partiti, quelli veri, per la tenuta del sistema democratico; la seconda che la frantumazione mostra inevitabilmente il suo essere una condizione effimera; ed infine la terza, che certe strade del passato e una certa cultura politica fondata su di una visione autoritaria e accentratrice non sono più percorribili nel nostro contesto. In questa prospettiva, la crisi attuale si potrebbe persino dire che è stata un male se non necessario comunque utile e che solo il tempo a venire ci dirà se la società valdostana saprà elaborare forme nuove dimostrando di saper trarre da tutto ciò una lezione positiva.