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I DUE NUOVI SANTI CANONIZZATI DA PAPA LEONE XIV NEL GIORNO IN CUI AD AOSTA SI CELEBRAVA IL PATRONO

Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, il legame con la Valle d’Aosta

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AOSTA (mye) Due santi, due giovani, due segni per la Valle d’Aosta. Carlo Acutis “il millennial” e Pier Giorgio Frassati “lo studente”, sono stati canonizzati da papa Leone XIV nello stesso giorno, in quella domenica 7 settembre in cui ad Aosta si celebrava il patrono della città e della Diocesi San Grato. Dopo l’annuncio che sarebbero stati canonizzati nel corso del 2025, entrambi i nuovi santi sono stati al centro delle riflessioni delle “Famiglie in oratorio” dell’Oratorio San Filippo Neri della Cattedrale di Aosta per l’anno liturgico 2024-2025 che si sta chiudendo.

“Anche il nostro tempo è abitato da Dio! Ogni angoscia, ogni paura, ogni solitudine sono sempre colmate da una Presenza che mai ci abbandona. – scriveva un anno fa nel bollettino parrocchiale monsignor Fabio Brédy, parroco e vicario diocesano – Dobbiamo ripartire da qui! Cercheremo di farlo insieme ai due testimoni che ci accompagneranno e che verranno canonizzati proprio nel corso del Giubileo: il Beato Pier Giorgio Frassati e il Beato Carlo Acutis. Due giovani che ci insegnano che non è importante vivere una vita lunga quanto una vita piena e profonda, che non siamo chiamati a vivacchiare, ma a vivere, come diceva proprio Pier Giorgio”.

Di Carlo Acutis è conservata una ciocca di capelli nel reliquiario nella cappella di Challand- Saint-Victor. Il giovane milanese è morto nel 2006 a soli quindici anni. Amante dei computer, dei videogiochi e del calcio, ha trasformato il web in strumento di evangelizzazione, diffondendo la conoscenza dei miracoli eucaristici e avvicinando migliaia di giovani alla fede. “Mercoledì 10 settembre, abbiamo celebrato una Messa di ringraziamento cantando il Te Deum. – racconta il parroco di Challand don Maurizio Pellizzari – Nell’autunno del 2020 si è pensato ad una cappella per le celebrazioni feriali in inverno. Sotto la casa canonica di Challand-Saint-Victor ci sono le cantine e la stalla che dà sull’esterno. Abbiamo quindi risanato l’ambiente, che andava bene per le messe più raccolte. Proprio per la sua destinazione precedente, la mia intenzione era di intitolarla alla mangiatoia, la sacra culla di Betlemme, e nel frattempo è arrivata la notizia della beatificazione ad Assisi di Carlo Acutis, un giovane del nostro tempo che può parlare al cuore delle persone. Il vescovo Franco Lovignana aveva chiesto una reliquia ad Assisi ed è arrivata poco prima della dedicazione, che è stata il 21 aprile 2021”. Il ciuffo di capelli è arrivato in una piccola teca, poi inserita in un reliquiario, che è in un ulteriore reliquiario più grande, a forme di tralcio di vite, che termina con una lanterna. “San Carlo è il tralcio buono aggrappato alla vite che è Cristo – spiega don Pellizzari – ed è anche lanterna che illumina con la luce che riceve da Cristo. Il reliquiario è stato realizzato da Edy Domenico Masiero, carpentiere di Challand Saint Victor che ora sta a Verrès, mentre il quadro del santo è di Vittoria Aielli. Molti turisti e visitatori vengono a pregare nella cappella e anche quest’estate chiedevano di celebrare lì la messa feriale, invece che in chiesa”.

Pier Giorgio Frassati è nato esattamente 90 anni prima di Carlo Acutis, nel 1901. Mentre la famiglia Acutis, di Milano (il nonno Carlo era fondatore della Vittoria assicurazioni) frequentava Assisi, i torinesi Frassati erano spesso in vacanza in Val d’Ayas. Il papà Alfredo era direttore de La Stampa, la mamma Adelaide Ametis una apprezzata pittrice. Grazie all’arte e alla generosità di mamma Adelaide, il legame con Aosta si è reso tangibile: avendo necessità di tradurre un libro sulla vita di Pier Giorgio, i canonici della Collegiata di Sant’Orso avevano contribuito, ricevendo in cambio dalla pittrice il bel quadro di Sant’Orso che si può vedere sull’altare maggiore della chiesa. A San Pier Giorgio sono ora dedicati anche un rifugio e un sentiero, segni del suo profondo amore per la montagna e l’amicizia con i valdostani.

“Avevo bisogno di un rifugio nelle alte vie, per spezzare una tappa troppo lunga sul col malatrà. – racconta il diacono Luciano Bonino, che all’epoca lavorava per il servizio sentieristica della Regione – La gente preferiva fermarsi a Saint Rhémy-en-Bosses. Con don Nicola Corigliano ero stato in Mato Grosso e abbiamo quindi pensato di affidarci ai volontari del Progetto Operazione Mato Grosso per realizzare un nuovo rifugio. Ho proposto l’intitolazione all’allora Beato al fondatore del progetto Ugo De Censi, che aveva ascoltato spesso il giovane salesiano Antonio Cojazzi parlare di Frassati, di cui aveva scritto una biografia. Per tre estati, dal 2008, i volontari dell’associazione hanno portato su i materiali, sono circa tre quarti d’ora a piedi dall’ultima malga, e finalmente nel 2011 si è potuto inaugurare il rifugio e intitolarlo a Frassati. Dato che il santo lavorava per i poveri, i proventi del rifugio sono devoluti ai poveri del Mato Grosso”. Nel 2009, tracciando i nuovi sentieri, è tornata l’occasione di dedicarne uno a Frassati. “Da bambino trascorreva spesso le vacanze in Val d’Ayas – continua Luciano Bonino – all’Hotel Bellevue dei Fosson, e gironzolava per quelle zone. Si tratta di uno degli ultimi sentieri intitolati a Frassati, perché ce n’è uno in ogni regione italiana”. In Valle d’Aosta c’è anche una reliquia di Frassati. “Nel 2011 Wanda Gawronska, nipote di Pier Giorgio – figlia della sorella Luciana -, e il fratello Jas Gawronski sono venuti in Valle per visitare il rifugio – conclude il diacono – Ci hanno invitati nella loro residenza estiva di Pollone, sotto Oropa, e ci hanno aperto l’archivio del Beato. Hanno deciso di donarci una reliquia, una ciaspola di Pier Giorgio. Ora viene conservata per tre mesi al rifugio e poi in seminario ad Aosta”.

Un ’ultima curiosità riguarda la chiesa collegiata dei Santi Pietro e Orso. Sull’altare maggiore campeggia un grande quadro di Sant’Orso, realizzato dalla mamma di Piergiorgio Frassati, la pittrice Adelaide Ametis. “Aveva chiesto ad uno dei canonici, Jean Joconde Stevenin – conclude Luciano Bonino – di seguire la traduzione in francese di una biografia del figlio e aveva poi donato il quadro”.

Elena Meynet