AOSTA (fci) È stato uno dei più prestigiosi e carismatici istruttori di sci e alpinismo della Scuola Militare Alpina di Aosta. Originario di Oltre il Colle in Alta Val Serina, conquistò la vetta dell’Everest nel 1973 con la leggendaria spedizione militare italiana, l’Italian Everest. All’età di 93 anni, Virginio Epis, un vero e proprio mito dell’alpinismo italiano, è morto sabato scorso, 8 febbraio, all’Ospedale regionale Umberto Parini di Aosta, a causa di una polmonite. I funerali sono stati celebrati nel pomeriggio di lunedì scorso, 10 febbraio, in Cattedrale ad Aosta. Lascia le figlie Giulia e Debora e il fratello Erminio.
Ai tempi dell’impresa sull’Everest, Epis aveva 40 anni. Faceva parte della seconda e ultima cordata della spedizione alpinistica, alla quale parteciparono altri due bergamaschi, Piero Nava, vice capo spedizione, e l’alpinista Mario Curnis. In quell’occasione, Virginio Epis si distinse anche per il suo coraggio. Durante la discesa, appena sotto la vetta, una bufera sorprese lui e gli altri compagni di cordata, rimasti a corto di ossigeno. Epis riuscì a salvarli passando loro la sua bombola.
Oltre alla conquista degli 8.848 metri dell’Everest, vantava anche innumerevoli ascese nel gruppo del Monte Bianco e delle Dolomiti. Un alpinismo in sordina, da gregario, quello di Virginio Epis, il terzo italiano a mettere piede in vetta all’Everest. Si è sempre tenuto lontano dai clamori e dalle polemiche e, se non fosse per la pubblicazione del diario di Piero Nava della spedizione italiana all’Everest del 1953, il suo fondamentale apporto a quell’impresa sarebbe stato, a torto, dimenticato.
Il volto appena segnato dal sole e dalle fatiche della montagna, il carattere duro e tenace proprio della sua terra, le Prealpi bergamasche, da Oltre il Colle, Virginio Epis era arrivato in Valle d’Aosta nel 1953, alla Scuola Militare Alpina. Atleta del Centro Sportivo Esercito, aveva gareggiato nel fondo e poi nel biathlon, fino al 1959. Nel 1960, per mancanza di fondi, l’Italia tagliò la partecipazione del biathlon alle Olimpiadi di Squaw Valley, così Virginio Epis lasciò l’agonismo per rimanere come istruttore militare di sci e scialpinismo.
In montagna ci andava sin da bambino, «d’istinto». Anche se poi ha appreso la tecnica alla Scuola Militare Alpina, è stato spesso l’istinto, il «senso» per la montagna, a farlo uscire da brutte situazioni. Una volta, tornando dal Monte Bianco con due allievi, al Colle del Dôme vennero sorpresi dalla bufera. Non si vedeva niente, e senza bussola dovevano trovare la strada per scendere al Gonella. Si disposero non in fila, uno dietro l’altro, ma allineati trasversalmente al pendio. Così riuscirono a trovare la Cresta di Bionassay, individuata perché risaliva affilata, evitando di scendere da una parte o dall’altra, e arrivarono al riparo.
Virginio Epis ha continuato la carriera di istruttore fino al 1987, portando gli allievi su vie fino al V grado. All’epoca l’attrezzatura era diversa, ma soprattutto mancava l’allenamento specifico. Ha scalato un po’ ovunque su tutto l’arco alpino, collezionando un buon curriculum, tanto che nel 1973 aveva le carte in regola per la spedizione all’Everest. All’inizio era un po’ scettico, poi decise di offrire la sua disponibilità e l’esperienza si rivelò fondamentale. Il gruppo degli alpinisti è sempre stato molto unito, e i più anziani cercavano di fare da legante e di stemperare certi malumori che si erano creati per la conduzione della spedizione.
Virginio Epis trascorse 30 giorni sopra i 6.000 metri e 7 notti al campo 4, a 7.600 metri di quota, di supporto alla cordata di punta. Utilizzando le bombole di ossigeno solo sopra gli ottomila. Virginio Epis riuscì a resistere benissimo alla prova, tanto che il giorno in cui Rinaldo Carrel e Mirko Minuzzo arrivarono in vetta all’Everest, era perfettamente in forma per tentare a sua volta la scalata al tetto del mondo. Il 5 maggio era al Colle Sud, con Claudio Benedetti, Fabrizio Innamorati e uno sherpa. Alla sera andarono incontro alle 2 cordate in discesa, segnalando con le torce dove erano le tende, perché era salita la nebbia. Il 6 maggio salirono al campo 6 a 8.500 metri. Il mattino dopo impiegarono 4 ore per prepararsi. Poco dopo la partenza, Benedetti e uno sherpa si tolsero una delle bombole per scaricare peso dalle spalle. Un errore di cui si sarebbero accorti in discesa. Dopo la vetta, infatti, giunti alla base del camino Hillary, si ritrovarono senza ossigeno, sfiniti. Così Virginio Epis fu costretto a scendere fino all’anticima, dove avevano lasciato le bombole, e risalire 2 volte per portargliele. Intanto era sceso il buio ed era arrivata la bufera. Anche lì fu il fiuto a fargli ritrovare il campo 6. Una tenda era inutilizzabile e si sistemarono in 4 in una tenda da 2. Il racconto ufficiale, fatto in prima istanza via radio dal capitano Innamorati, rimasto al campo mentre Epis si prodigava a portare aiuto agli altri 2 alpinisti, fu diverso e la sua versione non venne cambiata. Solo la pubblicazione del diario di Piero Nava ha ristabilito la verità sull’episodio. Virginio Epis confessò che rimase amareggiato per un certo periodo, e riprese con impegno ancora maggiore il lavoro di istruttore.
