Regione

Edito da Le Château, è alla seconda edizione, finanziato dall’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in Valle d’Aosta

«Giustizia partigiana» di Tullio Omezzoli: «Senza dubbio uno di quei rari libri contundenti: picchia e picchierà duro a lungo»

7 minuti di lettura

Il libro «Giustizia partigiana nell’Italia occupata 1943-1945», edito da Le Château, è stato finanziato dall’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea in Valle d’Aosta. Il suo autore Tullio Omezzoli è un ricercatore dell’Istituto dal 1974.

Il saggio, uscito la prima volta nel 2017 con il titolo «Giustizia partigiana», ha subito un respiro nazionale, ambito di copertura meglio definito dal titolo dell’edizione riveduta e ampliata del 2019, completato con «nell’Italia occupata 1943-1945» e rimasto tale in questa terza, ulteriormente rivista, nonché arricchita da una nota minima a margine di Roberto Louvin.

In questa pagina proponiamo una recensione firmata dal professore Andrea Désandré, distaccato all’Istituto storico della Resistenza, autore – tra gli altri – di «Sotto il segno del Leone. Genesi dell’autonomia valdostana fra forze locali e poteri centrali (1945-1949)» e del più recente «All’Oriente di Aosta Massoneria e antimassoneria dai lumi ai fasci».

di Andrea Désandré

AOSTA Fu giusta la Giustizia partigiana? Tremenda, la domanda percorre in lungo e in largo tutto il sottotesto di «Giustizia partigiana nell’Italia occupata 1943-1945», l’ultimo saggio, fresco di revisione e ristampa (Le Château, 2024), di Tullio Omezzoli, il quale, concessa all’ambiguità ossimorica del titolo la licenza di insinuare (può una giustizia di parte essere giusta?) e appostatosi saldamente al di qua del dogma – «non ho assunto come postulato che la giustizia partigiana sia stata un’opera giusta, compiuta da giusti, destinata a servire da modello» (pagina 155) -, lascia l’intero fardello della risposta sulle spalle del lettore, costretto, per tentare di rispondere, a interrogarsi incessantemente, dalla prima all’ultima pagina, sui fondamenti primi e ultimi anche di ciò che solitamente passa per scontato. Esiste – dovrà ad esempio chiedersi ad un certo punto – la giustizia? L’universo partigiano, fa notare l’autore, mai ne ha dubitato e non ne dubita nemmeno la maggioranza dei suoi storici, eppure sul piano fenomenico, al di fuori cioè della sfera ideale, quell’esistenza pare tutt’altro che assodata.

Incuneatosi nell’ovvietà del presupposto principe del giustizialismo resistenziale, il dubbio si insinua ovunque: giudice e reo risultano sempre così distinguibili? Davvero parte lesa e soggetto giudicante possono coincidere? E imputato e avversario? A quale fonte del diritto ci si abbevera per tramutare un’ap – partenenza (al partito fascista repubblicano, alla milizia o alla Guardia Nazionale Repubblicana) in reato passibile di pena capitale? La stessa che induce a estendere colpe e condanne a familiari e beni del reo? Basta l’autoascritto primato etico ad abbassare il nemico a entità inumana (bestia, belva, mostro) e a innalzare la sua eliminazione ad atto purificatorio? Basta la convinzione di incarnare il bene a giustificare ogni «male necessario»? Bastano liturgia processuale e crisma della collegialità a legittimare il giudizio? Bastano 19 anni – è l’età di Ugo Pecchioli quando assume la carica di pm presso il tribunale marziale della II Zona piemontese – e l’intenzione di iscriversi a Giurisprudenza a fare di un guerrigliero un magistrato? È legale una sentenza restitutiva – malum pro malo – dettata dal codice morale? Se sì, dove tracciare il confine tra giustizia e vendetta?

Questo è il tenore dei quesiti da affrontare sprofondando negli abissi che si spalancano sotto alle raffinate quanto sconcertanti pagine omezzoliane, dai quali si riemerge alquanto storditi. E non solo per la vertiginosità delle questioni poste; pure il continuo faccia a faccia con la polimorfa violenza espiatoria, interna o esterna alle bande, mette a dura prova. Fermo nella sua postura avalutativa, Tullio Omezzoli la ripesca nei pozzi neri della Resistenza e la riporta a galla sfrondata da fronzoli edulcoranti e giustificazionismi preventivi.

Tocca quindi sopportare l’insopportabile: le ultime parole – «ho mancato e devo pagare » – del vice comandante partigiano condannato a morte per furto (pagina 37); i due giovani prima scambiati per spie, e fucilati, poi risarciti platonicamente nel partigianato con un «caduti in combattimento » (pagina 81); le mogli di due partigiani giustiziati dai loro compagni fatte giustiziare in base al principio (biblico?) de ll’estensività della colpa (pagina 94); il patriota messo davanti al plotone che – testimonia Nuto Revelli a pagina 96 – «si dispera, piange, teso come un Cristo in croce; aspetta la raffica», che non arriva, perché la sua fucilazione, a differenza di quella toccata ai commilitoni stramazzatigli accanto, è simulata, «pedagogica »; i 45 prigionieri nazifascisti da passare per le armi come rappresaglia per 15 resistenti fucilati o i 50 immolati in espiazione dell’esecuzione fascista di Duccio Galimberti (pagine 148 e 149); il parroco chiamato a stabilire la pena per «tre partigiani che prima rapinano un benefattore, poi legano ad un palo una ragazza (non fascista) e la violentano» (pagina 138); la banda aggregata alle Matteotti accusata, dai garibaldini, di arrestare, seviziare e violentare ragazze «soppresse come spie per timore che raccontino ciò che gli è stato fatto» (pagina 90); i casi di «giovanissime violentate da interi reparti prima di essere brutalmente assassinate» (pa – gina 137); la donna uccisa «a colpi di piccone» o quella fatta saltare in aria «facendole scoppiare una bomba a mano nella vagina » (pagina 106).

È sufficiente appellarsi all’eccezionalità dell’ora, alla necessità di consacrare la rettitudine con olocausti di manchevoli, alla reattività istintiva all’atrocità nazifascista o al furore marziale per spiegare, dunque sotto sotto assolvere, forme tanto inconcepibili di violenza «riparatrice»?

L’autore evita accuratamente scorciatoie di questo tipo e, ripeto, ci lascia soli, con il cerino in mano, di fronte al crollo rovinoso dello stereotipo autoassolutorio di «giudizi partigiani fulminei, impietosi, popolari, ferrei ma giusti » .

Neanche la giustizia partigiana anticipatrice, prefiguratrice dell’ordine giuridico democratico – autentico refrain storiografico – mi pare esca indenne dalla critica omezzoliana. Da un lato è senz’altro vero che, appropriandosi della facoltà di sentenziare, le formazioni sperimentano forme di giustizia semplificata alternative all’azzeccagarbuglismo dei togati, ed è anche vero che la bussola del loro giudicare è, come osserva Roberto Louvin nella postfazione, «una sensibilità etica e politica nuova», ma dall’altro sono forse troppi gli elementi contrastanti il paradigma palingenetico. Basti pensare al carattere monarchico della banda e allo strapotere giudiziario conferito al capo: creatore del tribunale, istruttore del processo e giudice supremo, decide se l’udienza va celebrata in pubblico o a porte chiuse ed è titolare del potere regale di grazia. L’accusa viene in genere affidata al commissario politico, la difesa ad un membro della formazione (nemico cioè, il più delle volte, dell’accusato) e la sentenza, sovente di morte, è inappellabile, benché emessa sulla base di quadri normativi assai indeterminati, quando non sulla scorta di «norme impalpabili come “la dura legge della montagna” o la “legge dell’onore militare” ». Sono aporie, tipiche della giustizia d’eccezione, difficilmente inquadrabili in una palingenesi democratica allo stato embrionale.

Roberto Louvin, fine postfatore, la pensa diversamente. Elogia arguzia, perizia e profondità dell’analisi, ma giunge a conclusioni differenti, persino opposte, rispetto a quelle lasciate intravedere da Tullio Omezzoli. Nella sostanza, imputa errori ed eccessi alla drammaticità del momento, ridimensiona la discrezionalità dei giudizi in quanto insita all’azione giudicante, ricorda gli intenti risanatori e moralizzatori di recenti campagne giudiziarie e individua nel giudicare partigiano la «fonte di un diritto nuovo», vi vede « una giustizia in qualche modo profetica ». Considerazioni che costringono a riconsiderare, a rimeditare, a riattivare la riflessione proprio mentre tenta di placarsi in chiusura del saggio, la cui lettura esige lettori capaci di mettere e mettersi in discussione, pronti pure a prendersi qualche martellata in testa. Dopotutto, se un libro non ci scuote «come un pugno che ci martella sul cranio, perché leggerlo?», si chiede Kafka. Libri atti a renderci felici, continua, «potremmo a rigore scriverceli noi […]; ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci perturbano profondamente » . Ecco, «Giustizia partigiana » è senza dubbio uno di quei rari libri contundenti: picchia e picchierà duro a lungo grazie anche all’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, che pubblicandolo e promuovendolo nonostante la spinosità del tema, ha saputo anteporre, ancora una volta, la libertà di ricerca al quieto vivere.