Salute e benessere

Nel mese di maggio sono previsti una conferenza e la presentazione del libro “Insieme si può”

La Diapsi ha aperto con un concerto gospel gli appuntamenti per i suoi 25 anni di attività

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AOSTA (qdn) «Se più persone cantassero e vivessero la gioia, il mondo sarebbe un posto migliore». Con queste parole don Nicola Corigliano, parroco di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta, ha colto lo spirito del concerto che sabato scorso, 8 febbraio, ha aperto le iniziative per i 25 anni di attività dell’associazione Diapsi – Difesa Ammalati Psichici.

Nella “chiesa pagoda” si è esibito il coro White Gospel di Grugliasco, diretto da Enrico Rossotto, che ha proposto un repertorio trascinante: dai brividi del crescendo di “My life, my love, my all” alla celeberrima “Somebody to love” dei Queen, dall’intima “Hallelujah” di Leonard Cohen al gran finale con “Oh Happy Day” che ha anche coinvolto nel canto il numeroso pubblico presente, passando per tanti successi della musica gospel.

«Iniziamo con il botto, con una così grande partecipazione! – ha esclamato durante la serata Odetta Bonin, presidente dell’associazione dal 2008 – La Diapsi nacque nel 2000 per volontà di un gruppo di famigliari di malati e su impulso del dottor Antonio Colotto, medico psichiatra. Allora c’erano pochi servizi e si sentiva la necessità di una realtà che sostenesse e aiutasse i malati psichici e le loro famiglie».

La Diapsi propone l’attività del centro di ascolto che accoglie e orienta i familiari dei malati e il corso psicoeducazionale promosso ogni anno. Non mancano attività risocializzanti ed eventi ricreativi. L’associazione si impegna da sempre anche a combattere lo stigma associato alla malattia psichiatrica.

«Il lavoro da fare è ancora tanto perché, anche se siamo attivi ormai da 25 anni, molte persone ancora non ci conoscono. – ha aggiunto Odetta Bonin – Per questo abbiamo organizzato questa serie di eventi per celebrare il nostro 25ennale, tra cui, nel prossimo mese di maggio, una conferenza e la presentazione del libro “Insieme si può”».

Daniel Quey