Agricoltura

A dicembre il governo italiano ha dato il via libera alla produzione di vini dealcolati. Ma le reazioni sono veementi

I viticoltori valdostani bocciano il vino senza alcol “Una vergogna, un controsenso: chiamatelo tisana”

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AOSTA (mes) Vino senza alcol? No grazie. Non sembrano avere dubbi i viticoltori valdostani sulla possibilità di commercializzare, in un prossimo futuro, vini “made in VdA” dealcolati, magari per conquistare quella fetta di pubblico che vuole uscire per una cena conviviale con gli amici e mettersi tranquillamente alla guida pur avendo bevuto qualche bicchiere. Meglio limitarsi nei brindisi, ma di versare nel bicchiere un vino che sa di succo di frutta proprio non se ne parla.

Dallo scorso mese di dicembre anche il Governo italiano – 12 anni dopo il regolamento europeo del 2013 – ha approvato il decreto che dà il via libera alla dealcolazione, quel procedimento che permette di sottrarre l’alcol al vino. Il vino senza alcol da qualche tempo si può acquistare anche in Valle d’Aosta, anche se naturalmente non è di produzione locale. A livello nazionale ed europeo, le opinioni sono divise: c’è chi la vede come la possibilità di creare un mercato nuovo e c’è chi arriccia il naso e non pensa neppure alla possibilità di oltrepassare questa nuova frontiera. Come nel caso dei viticoltori valdostani, forti di una tradizione che affonda le sue radici nei secoli: il vino è vino.

È lapidario il commento di Vincent Grosjean, presidente del Consorzio Vini Valle d’Ao – sta. «È una cosa che non ha senso, una vergogna. – tuona – Il vino è un alimento naturale, ottenuto con procedimenti naturali, togliere l’alcol è un controsenso. Di bevande senza alcol ce ne sono già in commercio, che senso ha produrre un vino senza alcol? Allora, per favore, non chiamiamolo vino».

Secondo il produttore, introdurre una nuova legge per produrre i “dealcolati”, non agevola il settore, già penalizzato dalle nuove norme restrittive del codice della strada: «Le vendite in effetti sono calate nelle ultime settimane, la gente è spaventata, anche solo di bere un paio di bicchieri durante una cena». «Chi vuole bere alcol troverà comunque il modo di farlo, bevendo altri prodotti, ciò che mi rammarica è che le associazioni di categoria non si siano imposte. – prosegue Vincent Grosjean – È una legge che forse potrebbe andare bene per grossi produttori che hanno vigneti molto estesi, in pianura, e che producono vini a basso costo, non certo per i produttori valdostani. Un altro aspetto: l’alcol è un conservante naturale per il vino. Cosa si utilizzerà in alternativa? Qualche sostanza che magari poi ci danneggerà a lungo termine».

In pratica, secondo le nuove normative, si tratta di un procedimento che permette di sottrarre alcol al vino, ottenendo un prodotto che ha una componente alcolica che va da 0 a 0,5% (dealcolati) e da 0,5% a 8,5% (parzialmente dealcolati). Una nicchia di vendite, secondo alcuni studi, destinata a crescere. Gli Usa rappresentano il mercato più promettente (i vini “alcol free” valgono un miliardo di dollari e rappresentano il 5% del mercato vino), ma anche quelli di Belgio, Germania e Danimarca. Sono esclusi dal procedimento i vini Igt, Doc e Docg. Questa novità potrebbe aiutare le aziende del vino a smaltire le casse invendute, a conquistare nuovi mercati e nuovi consumatori – chi non beve alcol per scelta, per cultura o per salute – e ad attirare i giovani nel mondo dei soft drink a base uva, in tempi in cui i consumi scendono (nel 2024 rispetto al 2019 le vendite di vino fermo sono calate del 12%), il codice della strada sanziona con pene più severe chi guida in stato di ebbrezza e l’attenzione alla salute è sempre più alta. Ad oggi, le etichette italiane di vino dealcolato – finora prodotte all’estero – sono una quarantina, numero destinato a salire.

«Non in Valle d’Aosta». Non ha dubbi Nicola Rosset, titolare delle Distillerie Saint-Roch e dell’azienda vinicola Rosset Terroir: «Magari in alcune zone d’Italia, potrebbe avere un senso per offrire un prodotto alternativo, come ad esempio accade per le birre che alla fine hanno trovato un loro mercato. Ma nelle aziende locali, dove la produzione è molto limitata, non sarebbe economicamente sostenibile».

«Per noi il vino è cultura, il modo di raccontare il nostro territorio, un prodotto di qualità elevatissima; è impensabile percorrere altre strade. – aggiunge André Gerbore, presidente della Cave des Onze Communes – Capiamo che se si parla delle grandi produzioni nazionali, ci sono altri margini, ma per il nostro tipo di produzione (2 milioni e mezzo di bottiglie prodotte in Valle d’Aosta all’anno e un target medio-alto) per noi è fondamentale, e sarà sempre così, puntare sulla qualità. Quando si stappa una bottiglia di vino valdostano, in qualsiasi parte del mondo, arriva un pezzo della nostra storia e della nostra montagna. A mio giudizio, il vino dealcolato è semplicemente una tisana, non possiamo chiamarlo vino».

«È giusto che ci sia la possibilità di produrre questa tipologia di vino, ma a mio parere si tratta più che altro di una strategia commerciale, non adattabile alla realtà valdostana. – riflette Giulio Corti contitolare dell’azienda Les Cretes – Anzi, nel caso dei vini valdostani, non siamo ancora riusciti ad esprimere al massimo le nostre potenzialità».

Alessandra Merlo