Cultura e spettacolo

La mostra intitolata “Corpi d’aria” viene inaugurata oggi, sabato 28, a Palazzo Collicola a Spoleto

Un’esposizione e un libro celebrano la Brenva di Stefano Cerio e l’agonia dei nostri ghiacciai

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AOSTA (btb) E’ stata una lunga ricerca quella di Stefano Cerio nelle valli Ferret e Veny di Courmayeur, un lavoro durato 2 anni e che ora diventa un libro in occasione di una mostra, accolta da oggi – sabato 28 – a Palazzo Collicola a Spoleto.

Eppure il progetto del noto fotografo che sin da bambino frequenta la nostra regione ed ha casa a Pré-Saint-Didier non ha interessato l’Amministrazione comunale di Courmayeur, che ora però vede le immagini del suo territorio e la tematica del ritiro dei ghiacciai del Monte Bianco che fanno il giro del mondo.

Difatti Stefano Cerio ha tenuto particolarmente in questi giorni a ringraziare Glorianda Cipolla per il sostegno e l’ospitalità in Valle d’Aosta, non avendo ricevuto nessuna attenzione da parte delle pubbliche istituzioni.

Proprio oggi, sabato, la casa editrice Quodlibet presenta il libro Brenva, in italiano e inglese con distribuzione internazionale nelle librerie da mercoledì scorso, 25 giugno.

Le fotografie di Stefano, accompagnate dai testi di Stefano Chiodi e Riccardo Venturi, offrono un percorso visivo e artistico attraverso la Brenva, il ghiacciaio situato ai piedi del Monte Bianco, che a causa dei cambiamenti climatici sta rapidamente prosciugandosi sin dal 1990.

Curato da Stefano Chiodi e pubblicato nell’Anno Internazionale della conservazione dei ghiacciai proclamato dalle Nazioni Unite, il volume – di 72 pagine al prezzo di 38 euro – ha la finalità di sensibilizzare sull’importanza fondamentale dei ghiacciai nel sistema climatico e idrologico globale.

In molti a Courmayeur ricordano Stefano Cerio immortalare il ghiacciaio inserendo un muro gonfiabile blu al centro di uno scenario che ormai ricorda un paesaggio quasi lunare, posizionandolo nel luogo dove un tempo si trovava il del ghiacciaio stesso. L’intervento ha reso evidente lo spazio perduto a causa dello scioglimento, simboleggiando il limite della nostra percezione e la mancanza di visione del futuro.

«Il ghiacciaio della Brenva è un corpo che non c’è più. La fotografia lo ricorda nella forma di una mancanza. Il segno tracciato nel suo vuoto – il gonfiabile blu o le sagome bianche – è una soglia: aperta non tanto verso ciò che è stato, ma verso ciò che resta della nostra capacità di ricordare, di testimoniare, di sentire», sottolinea Stefano Chiodi nel suo testo.

La serie di fotografie presentata nel libro ha una forte impronta concettuale, al confine tra fotografia, arte contemporanea e arte ambientale, creando un dialogo tra linguaggi per documentare artisticamente le radicali trasformazioni del nostro tempo.

Nel volume si trovano anche 3 diittici che mostrano, affiancati in doppia pagina, i negativi 20/25, tra i più pregiati, caratterizzati da una bruciatura praticata da Stefano Cerio sulla pellicola stessa per richiamare il calore che scioglie i ghiacciai, e le relative fotografie ottenute grazie a quell’intervento artistico.

Si percepisce chiaramente un taglio orizzontale che evoca metaforicamente la ferita della montagna.

La prima sezione del volume è dedicata alle fotografie delle rocce che rimandano a un ghiacciaio ormai invisibile, talvolta giustapposto con interventi artistici. La seconda parte, introdotta dalla riflessione critica di Riccardo Venturi, lascia spazio ai dettagli dei licheni, nuove forme di vita che emergono dalla contrazione del ghiaccio, proponendo un messaggio più positivo di possibile rinascita.

Riccardo Venturi specifica: «Dietro di loro i ghiacciai lasciano cumuli di detriti causati da valanghe o crolli di seracchi: immagini petrose che si contrappongono a quelle candide del manto di neve. Ma lasciano emergere anche la vegetazione, tra cui dei licheni, questi licheni montani non sono uno scarto, quel poco e niente che resta quando il ghiacciaio si ritira, ma una forma di vita coriacea dai poteri insospettati».

Così, nelle parole di Stefano Chiodi, «Il lavoro di Cerio si spinge oltre la ricerca degli effetti del cambiamento climatico, perché interroga la condizione stessa della visibilità e della permanenza nell’epoca che vede consumarsi ogni residua illusione di stabilità. I ghiacciai hanno registrato per millenni le dinamiche atmosferiche, il depositarsi delle polveri, le variazioni minime del clima. La loro progressiva sparizione diviene in definitiva la prefigurazione di ogni oblio, di ogni sparizione. La sua tragedia è la tragedia di tutti. La fotografia diventa così un’azione minima ma necessaria: un tentativo di salvataggio del senso nel momento stesso in cui assiste alla sua dissoluzione».

Il libro Brenva è pubblicato appunto in contemporanea con l’apertura di oggi, sabato, a Palazzo Collicola di Spoleto, della mostra di Stefano Cerio, “Corpi d’aria”, realizzata nell’ambito delle iniziative del Ministero della Cultura.

Nato a Roma nel 1962, Stefano Cerio dal 2001 si dedica alla fotografia di ricerca e video. Sempre nel progetto Brenva ha realizzato un filmato bellissimo che accompagna dall’alto alla scoperta di ciò che resta del maestoso ghiacciaio di Courmayeur e che verrà proiettato nella mostra di Spoleto, che chiuderà domenica 2 novembre.

L’esposizione presenta una selezione di fotografie provenienti da 2 serie recenti dell’artista, Aquila (2019-2021) e Brenva (2023), 2 progetti accomunati da una forte impronta concettuale e da un uso straniante e poetico di strutture gonfiabili in contesti naturali e simbolici profondamente segnati: l’Appennino abruzzese e il massiccio del Monte Bianco.

Le fotografie si spingono così oltre il mero documentario, interrogando lo spettatore sul senso stesso della visibilità, della testimonianza, della possibilità di ricordare.

Il titolo dell’esibizione, “Corpi d’aria”, richiama la natura effimera, instabile e sospesa degli oggetti presenti nelle immagini, ma anche il corpo del ghiacciaio, della montagna, del paesaggio, che si fa fragile e vulnerabile di fronte al tempo e alla storia.

Le opere, sospese tra fotografia, arte contemporanea e arte ambientale, compongono una riflessione visiva potente sulle trasformazioni radicali del nostro tempo.