In Francia, come quasi ovunque in Europa e in molti paesi del mondo, per alcune settimane la nostra vita quotidiana è stata amputata del suo ritmo abituale, il tempo è come allungato. Ma allo stesso tempo, a poco a poco, si è lasciato colonizzare da nuove abitudini igieniche, che ci costringono a diffidare dei nostri simili, a controllare ciascuno dei nostri gesti, a diffidare di tutto, anche alle nostre stesse mani. I nostri corpi registrano docilmente il nuovo addestramento che viene loro imposto: applichiamo ciò che le autorità chiamano i «gesti barriera». Mentre le settimane di confinamento si susseguono, ci chiediamo se non continueremo a fare nostri gran numero di questi gesti, automaticamente, anche quando la pandemia sarà passata, come se il loro radicarsi, inscritto in una memoria profonda del corpo, possa costituire un riflesso di sopravvivenza duratura.
Ma cosa fare della mente quando il corpo languisce cedendo a questo allenamento graduale? Possiamo chiederci se i «gesti barriera» non debbano essere accompagnati da un ricorso salutare ai «testi barriera», quelli che ci proteggeranno dalla noia, dalla depressione o dalla crisi della follia, quando saremo tutti agli arresti domiciliari ormai da diverse settimane o mesi. In effetti, se la lettura non salva la vita, così come invece la preserva nella misura del possibile l’opera di tutto il nostro personale medico, la sua incredibile dedizione e talvolta eroismo, possiamo tuttavia sperare che abbia una virtù palliativa, che accompagni con delicata intensità la pena della solitudine e dell’isolamento. Comprendiamo quindi ancora meglio cosa intendesse Italo Calvino per «classici» della letteratura, nella raccolta di saggi “Perché leggere i classici” pubblicato postumo nel 1991. Un classico non può essere letto, bensì riletto, dice: non solo perché aprendo Guerra e Pace, Illusioni perdute o Orgoglio e pregiudizio, non osiamo sempre ammettere che non averlo già fatto nel passato; ma soprattutto perché sono, dice Calvino, «assimilati all’inconscio collettivo e individuale», incorporati nell’orizzonte stesso culturale che ci fa desiderare la loro lettura. Ma simmetricamente, il classico è riconosciuto dal fatto che questa (ri) lettura è essa stessa una scoperta: «I classici sono libri che la lettura rende ancora più nuovi, inaspettati, inauditi, che pensavamo di poter conoscere per sentito dire. ».
L’esperienza di confinamento che sta vivendo gran parte della popolazione mondiale potrebbe essere un’opportunità per arricchire ulteriormente la definizione che Italo Calvino dà di queste opere, che si potrebbe dire essere scritta nel DNA profondo delle nostre culture, e che si sbarazzano della massa di discorsi di seconda mano che si accumulano su di loro quando si vuole veramente (ri) leggerli. Potremmo davvero aggiungere la seguente interpretazione: I classici sono opere che, in un momento di cui percepiamo l’importanza nel tempo storico, ci danno allo stesso tempo il coraggio di meglio affrontare e comprendere il presente, senza privarci il sollievo di una fuga temporanea. Di fronte all’emergenza, un’intera gamma di opere letterarie, pittoriche o cinematografiche che normalmente apprezziamo, come un punto di riferimento, può sembrare obsoleta, anacronistica, irrisoria rispetto all’evento – o per eccesso di serietà o per eccesso di leggerezza. Il classico è ciò che resiste a questa erosione del gusto in tempi di crisi e si afferma al contrario come un tesoro che era rimasto nascosto fino ad allora, le cui pieghe più intime ci erano ancora rimaste invisibili ma su cui le difficili circostanze in cui li leggiamo improvvisamente gettano su di essi una luce nuova, offrendo per noi soli un segreto che sembrava attenderci da molto o forse da sempre.
Per questo, la Comédie humaine di Balzac è forse il tesoro più immutabile del pantheon letterario francese. In circostanze di confinamento molto più tragiche di quelle in cui viviamo oggi, la testimonianza di Yitzhak Zuckermann, sopravvissuto all’insurrezione del Ghetto di Varsavia, sembra un talismano per i lettori di Balzac. Raccontando i suoi ricordi dell’inizio del 1942, pochi mesi prima della distruzione del ghetto e dell’assassinio di tutti i suoi abitanti, scrisse: «In quei giorni di angoscia, mi sono seduto e ho letto libri. Ho riletto Balzac. Vorrei venire, sedermi e leggere. » (A Surplus of Memory, tradotto in inglese nel 1993). Cosa significa rileggere Balzac nel mezzo della più grande tragedia che l’Europa abbia mai conosciuto? Un simile gesto dovrebbe darci speranza: la stretta del cappio in cui siamo stati catturati, tra paura e oziosa atonia, può essere almeno in parte allentato dalla lettura di opere che sono fuori del presente eppure sempre attuali. Ma come in qualsiasi esercizio di respirazione, è bene variare i ritmi. Quindi, tra i capolavori Balzac, non esitare a orientarvi anche verso opere più brevi come il brillante Ferragus, o Les Secrets de la principesse di Cadignan, o ancora L’Interdiction o L’Illustre Gaudissart, che possono procurare un piacere singolare: quello di riassumere e condensare tutte le potenzialità di quel capolavoro rappresentato da romanzi più impregnativi come la Comédie humaine. Sono come piccoli diamanti dove tutto ciò che amiamo in Balzac brilla leggermente. Torniamo dunque ai classici e troviamovi rifugio.

