Turismo

L’INDAGINE CONSENTE DI ANDARE OLTRE L’ENTUSIASMO DEI DATI E DI VERIFICARE L’IMPATTO REALE SULLE COMUNITÀ

Se cresce il turismo, cresce automaticamente anche la montagna? Uncem, il sondaggio che ridimensiona l’allarme “over tourism”

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AOSTA (pcy) Come è andata l’estate 2026 sulle Alpi e negli Appennini?

Dall’ultima indagine lanciata dall’Uncem-Unione Nazionale Comuni, Comunità ed Enti Montani emerge un bilancio complessivamente positivo della qualità della stagione estiva e dell’attrattività della montagna, ma con un quesito fondamentale da porsi: l’aumento delle presenze può far crescere anche le comunità?

Questa fotografia non si limita quindi a contare i turisti, ma cerca di comprendere che cosa accade nei territori, quali investimenti si muovono, quali servizi mancano e quale rapporto esiste tra il turismo, l’identità e la vita quotidiana di chi ci vive tutto l’anno.

Il campione analizzato ha visto la partecipazione del 64,1 per cento di residenti prevalentemente in Comuni montani e del 35,9 per cento in paesi non montani, inclusi gli amministratori e gli operatori del settore: alla domanda sulla qualità complessiva del turismo nei mesi di giugno, luglio e agosto, su una scala da 1 a 5, il 43,9 per cento ha assegnato un voto 4 e il 18,8 per cento un voto 5, esprimendo complessivamente (il 62,7 per cento) una valutazione alta o molto alta.

Il 47,8 per cento ritiene che vi siano stati maggiori flussi turistici rispetto alle estati passate e il 63,2 per cento dei Comuni montani ha registrato un aumento delle presenze.

Anche dagli operatori sono arrivati dei segnali prevalentemente positivi: il 73,1 per cento considera il proprio territorio dotato di una buona “vocazione turistica” e il 65,4 per cento dichiara importante lavorare con tour operator, destination manager e operatori specializzati per portare l’offerta turistica anche fuori dai mercati tradizionali.

È stato inoltre interessante capire perché viene scelta la montagna come destinazione per le vacanze estive: il valore nettamente più indicato è “paesaggio e ambiente, clima” scelto dall’82,4 per cento, a cui seguono “manifestazioni ed eventi” con il 45,6 per cento, “relax e silenzio” con il 44 per cento, “enogastronomia” e “sci e sport invernali” entrambi al 37,9 per cento, “monumenti, storia e cultura” al 33 per cento, “iniziative sportive” al 28,6 per cento.

Per quanto riguarda le opportunità di crescita, il 50,6 per cento degli intervistati indica la necessità di una maggiore sinergia tra associazioni locali, amministrazioni comunali e imprese; il 42,2 per cento chiede strutture ricettive migliori, più accoglienti e moderne; il 41,7 per cento una maggiore cura dei versanti montani; il 33,9 per cento strade più sicure, pulite, ampie e meglio asfaltate; il 32,8 per cento più promozione, marketing e comunicazione; il 18,9 per cento ristoranti più innovativi e moderni e il 13,3 per cento un maggior numero di eventi e manifestazioni.

Più debole appare invece il sistema della promozione: solo il 39,7 per cento ritiene che il proprio Comune abbia beneficiato di campagne promozionali regionali o statali.

Anche sugli investimenti privati il quadro invita alla prudenza: gli operatori intenzionati a investire sono solo il 22,7 per cento, mentre il 18,2 per cento vorrebbe farlo, ma non dispone della capacità finanziaria necessaria.

Il sondaggio consente anche di ridimensionare l’allarme dell’“over tourism” montano: il 54,7 per cento degli intervistati afferma che nel proprio territorio non esiste un problema di presenze eccessive, sebbene il 49,7 per cento riscontri la mancanza di strumenti per gestire eventuali picchi di affluenza.

Dai dati raccolti dall’Uncem è quindi emerso che il vero indicatore di successo non può essere ricondotto al mero numero di presenze turistiche, bensì al valore che rimane nelle valli, al numero di imprese che crescono, ai servizi che vengono rafforzati, all’occupazione generata.

“Il turismo è pilastro dello sviluppo – ha evidenziato il presidente dell’Uncem, Marco Bussone – ma non senza l’agricoltura, la gestione forestale, i servizi alle comunità e gli abitanti. La sfida non è portare semplicemente più persone in montagna, ma trasformare i flussi in economie territoriali, servizi, lavoro, cura del paesaggio e nuova capacità di abitare Alpi e Appennini: il neopopolamento è possibile”.

L’obiettivo è quindi trasformare i flussi turistici in sviluppo duraturo e benessere collettivo, contribuendo a rendere vive le comunità di montagna durante tutto l’anno e non solo in alta stagione.

Per andare in questa direzione e compiere un reale salto di qualità risulta fondamentale una collaborazione tra i Comuni e la rete territoriale, in quanto l’offerta turistica non può più essere gestita solo a livello di campanile: è necessaria ancora tanta formazione con l’ideazione di politiche che prevedano un maggior dialogo tra operatori privati, imprese e sistema degli Enti locali per imparare a trasformare le presenze in investimenti duraturi, evitando che il territorio venga solo consumato senza benefici, passando dal classico “mordi e fuggi” a un turismo “generativo”, in grado di produrre e lasciare valore economico-sociale alle comunità.

Esempi di strategie di sviluppo locale a contrasto dello spopolamento dei borghi montani sono ad esempio gli alberghi diffusi, gli spazi di coworking per i lavoratori a distanza, le diverse proposte di destagionalizzazione (cicloturismo, cammini, percorsi enogastronomici o culturali…) o i “Patti di Comunità” che stabiliscono accordi vincolanti tra operatori turistici e produttori locali al fine di creare una sorta di economia circolare a sostegno delle attività del territorio.

Caterina Pizzato